I docenti inglesi boicottano quelli israeliani: facciano mea culpa se vogliono lavorare qui

Porte chiuse a chi non condannerà l’operato dello Stato ebraico in Palestina. Dure reazioni a Gerusalemme per la scelta discriminatoria

Gian Micalessin

La Natfhe, il più grande sindacato degli insegnanti britannici, ha scritto una nuova regola della cultura democratica. Da oggi nessun professore israeliano potrà azzardarsi a collaborare con le università del Regno Unito senza un preventivo e sincero «mea culpa» di condanna per l’operato del proprio governo nei territori palestinesi. La regola è stata votata a larga maggioranza dal direttivo del Natfhe dopo un’assemblea annuale dei 69mila iscritti dedicata anche al tema del boicottaggio d’Israele. Prima del voto molti degli appartenenti al sindacato, famoso per il suo intransigente sinistrismo, si eran interrogati sulla validità democratica della mozione. «Sarebbe giusto - si chiedeva qualcuno - chiedere a un professore di nazionalità araba di ricusare preventivamente Al Qaida o a uno palestinese di dichiararsi non solidale con il terrorismo suicida?». I quesiti non hanno fatto breccia nell’orientamento di un direttivo diviso tra questa mozione e un documento che si limitava a chiedere la condanna del governo inglese per il suo «scandaloso incitamento contro Hamas».
Quando il trionfo dell’ala dura è apparso inevitabile, migliaia di professori inglesi hanno sottolineato il rischio di un documento dal sapore razzista e discriminatorio. Ma non hanno incrinato le certezze dei sindacalisti. «Certo ho ricevuto migliaia di e-mail che cercavano di “educarmi”, dissuadendomi dalla follia di appoggiare i diritti dei palestinesi - ha sottolineato orgogliosamente il segretario del sindacato Paul Mackney davanti all’assemblea - ma molte di quelle e-mail contenevano velate minacce e, in ogni caso, la libertà d’insegnamento in Palestina è solo una bugiarda presa in giro».
Per giustificare la sua posizione Mackney ha ricordato che i morti palestinesi dal settembre 2000 superano quelli israeliani, che il tasso di disoccupazione palestinese e molto più alto e che infine 185 scuole palestinesi sono state bombardate o danneggiate contro solo una israeliana. «Di fronte a una tale ingiustizia - ha spiegato - è chiaro che la società civile palestinese e le sue università hanno bisogno d’appoggio e solidarietà».
Le buone ragioni di Mackney e dei suoi sodali vengono definite «degne di condanna e repulsione» dal ministro dell’Educazione israeliano Yuli Tamir che accusa il sindacato britannico di «mettere a repentaglio la libertà accademica utilizzandola come un’arma politica». Per Aharon Ben Zeev preside dell’università di Haifa ogni tentativo di collegare politica e ricerca accademica è «puro maccartismo». «È una decisione ipocrita e insensibile che non può trovar spazio nel mondo accademico», ha detto Zeev chiedendone la cancellazione. L’imbarazzato governo inglese - pur riconoscendo l’indipendenza del sindacato - definisce «retrogradi e controproducenti» le sue posizioni.