I dolori di Pannella tra Saddam e le spine della Rosa

Arturo Diaconale

Non bisogna sottovalutare la richiesta di Marco Pannella di un incarico governativo per salvare la vita di Saddam Hussein. Non solo perché nessuno dubita che, nel caso Romano Prodi gli conferisse sul serio un incarico del genere, il leader radicale sarebbe capace di compiere ogni sforzo, in Italia ed all’estero, per raggiungere lo scopo. La storia di Pannella insegna. Ed anche se è lecito avere qualche dubbio sulle capacità persuasive di qualche sciopero della fame e della sete sul governo iracheno, sulle autorità americane o sui seguaci di Al Qaida a Bagdad, è certo che Pannella riuscirebbe ad escogitare una qualche trovata pur di sollevare concretamente la questione della conversione in ergastolo della sicura condanna a morte del dittatore iracheno.
Ma, prima ancora che sul terreno delle iniziative fuori del territorio nazionale, la richiesta di Pannella non va sottovalutata per le sue conseguenze sul terreno politico interno. Non importa, infatti, se il Presidente del Consiglio accoglierà o meno la richiesta del leader radicale. Anzi, è addirittura del tutto indifferente se Prodi accontenterà Pannella o se lo deluderà. Ciò che conta è che il capo storico dei radicali abbia compiuto un passo del genere. E lo abbia fatto rialzando la bandiera della difesa dei diritti umani e della lotta alla pena di morte di cui è stato l’alfiere coraggioso e indiscusso nel nostro Paese per alcuni decenni.
L’iniziativa di Pannella non è solo un colpo di teatro. Come spesso vengono considerate le sue mosse. È un gesto che ha alcuni precisi significati politici. Che meritano di essere esaminati per meglio comprendere non solo ciò che si agita all’interno della Rosa nel Pugno e del mondo radicale, ma anche il futuro della stessa coalizione di centrosinistra.
In questa luce, allora, la richiesta di Pannella è il segno indicatore di un duplice disagio. Quello provocato dalle difficoltà in cui si trova la Rosa nel Pugno al proprio interno. E quello causato dai problemi che la stessa Rosa nel Pugno e la componente radicale debbono affrontare all’interno della coalizione di maggioranza.
A Pannella di sicuro non sfugge il sostanziale fallimento del progetto di fusione tra radicali e socialisti. Quella che doveva essere la novità delle ultime elezioni politiche si è rivelata l’ennesima conferma della legge secondo cui la somma di due partiti diversi non produce mai il raddoppio dei voti. In più, la mancata novità si sta progressivamente rivelando come una sorta di gabbia della creatività e del tradizionale movimentismo radicale. Di qui il ritorno ai diritti civili, al «no» alla pena di morte. Come indiscutibile manifestazione di volontà di recuperare in qualche modo la vecchia libertà d’azione rispetto ai troppo paludati e congelati compagni dello Sdi.
Pannella, inoltre, si rende perfettamente conto che i radicali non sono finiti solo nella gabbia della Rosa nel Pugno, ma anche nella morsa di un centrosinistra che tende a paralizzare chiunque si ponga al suo interno fuori dell’asse catto-comunista. Battersi per la vita di Saddam, quindi, può diventare un modo per spezzare questa morsa e recuperare la propria autonomia su una tematica da cui può incalzare chiunque. In particolare i pacifisti cattolici e comunisti della coalizione.
Ma fino a quanto tanto disagio potrà limitarsi a produrre colpi di teatro ininfluenti sul centrosinistra?