I dolori di Prodino

L’arrivo di un nuovo governo è tradizionalmente circondato da un'aria di attesa. Aspettative e timori s'intrecciano. Si è consapevoli che nella prima fase l'esecutivo è in grado di piazzare colpi più decisi. L'alba, invece, del governicchio Prodi è segnata da sgarbi e amarezze: «Prodino» lo definisce l'«amico» Espresso (proprietà Carlo De Benedetti). Guglielmo Epifani vuole riscuotere il peso del suo appoggio, chiedendo l'abolizione della Legge Biagi e bloccando ogni trattativa su nuovi tipi di contratto nazionale. Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia, mobilita Walter Veltroni contro gli appetiti del prodiano Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa. La famiglia Benetton (d'intesa con Arpe e Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit) si accorda per Autostrade con la spagnola Abertis, senza curarsi dell'esecutivo in partenza. Per non parlare degli anti Tav della Val di Susa.
Altro che accorata attesa, le più diverse forze economico-sociali verso il governicchio decollante non mostrano deferenza. Grande sostenitore di Prodi, il Corriere della Sera assiste preoccupato all'andazzo e mette, irritualmente, in campo il candidato tecnico al ministero dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa (l'uomo che, se i Ds non chiederanno questo gabinetto chiave, dovrebbe garantire Romano Prodi sia con la Banca centrale europea sia con il piccolo establishment italiano) per spiegare quale deve essere la linea del nuovo governo: attento sia al «bino» (le ragioni della coalizione) sia al «plurimo» (i vari interessi e obiettivi delle forze coalizzate). Insomma bisogna guardare sia a Luca Cordero di Montezemolo sia a Fausto Bertinotti, e avere insieme una linea complessiva decente. In questo senso il problema è la leadership: ed è qui che casca l'asino. Ancora prima di partire è strapazzata a destra e a manca.
Gli osservatori amichevoli invitano a non preoccuparsi: partiti, partitini e correnti che compongono la micromaggioranza del centrosinistra saranno cementati dal potere e gli scarsi margini di manovra indurranno a più disciplina. Troppa confidenza nell'autonomia della politica.
Perché - come dicono gli osservatori malevoli verso Prodi - i tempi richiedono scelte drastiche (più o meno tasse, più o meno flessibilità, più rigore con enti locali e Regioni o meno, più o meno fusioni tra le banche nazionali e così via), e ognuna di queste scelte provocherà scuotimenti nella società. Le forze eonomico-sociali si mobiliteranno e troveranno a confrontarsi con loro non una salda coalizione ma un coacervo di leaderini (quanto rissosi si è visto in questi giorni: Marco Rizzo contro Fausto Bertinotti persino su Mediaset, Alfonso Pecoraro Scanio contro la Tav, Clemente Mastella contro tutti), con anche il primo partito del centrosinistra, i Ds, diviso a cause dell'insipienza di Piero Fassino. Se si aggiunge che anche i soci «esterni» della maggioranza (innanzi tutto il Corriere della Sera e Repubblica) si divideranno sia per ragioni di concorrenza sia per le diverse prospettive, il varo del governo avverrà sotto un segno infausto. Coloro che si affidano all'istinto di sopravvivenza delle forze politiche del centrosinistra, devono valutare come questa «sopravvivenza» sarà più garantita dal collegamento con le forze economiche-sociali che dal rapporto con l'esecutivo. Rifondazione affiderà il suo futuro al rapporto con il massimalismo della Cgil, Francesco Rutelli ai rapporti con Carlo De Benedetti, Veltroni a quelli con Capitalia, Pecoraro agli anti Tav e così via, piuttosto che legarsi mani e piedi a un governicchio già boccheggiante.