I doppi Giochi della primadonna araba

Il Comitato Olimpico Internazionale ha chiuso un occhio, anzi, a dirla tutta li ha chiusi entrambi, perché nell'evento della prima donna saudita a partecipare alle Olimpiadi non ci sono richiami all'emancipazione, piuttosto il conseguimento di un risultato politico che accontenta tutti. Appaga certamente il plenipotenziario boss del Cio, il belga Jacques Rogge, in carica dal 2001. Ma soddisfa anche re Abdallah di Arabia Saudita, che sta tentando di costruirsi l'immagine di monarca illuminato per scacciare i fantasmi di una Primavera araba. Chi ne esce sconfitta, propositi di podio a parte, è la ventenne Dalma Malhas, che per coronare il sogno a cinque cerchi dovrà cimentarsi in una disciplina che le è stata imposta senza condizioni. Lei avrebbe preferito una bella corsa su una pista d'atletica o una partita a tennis, sport che pratica da anni. Purtroppo nell'Arabia Saudita permeata di wahabismo, l'islam meno tollerante, una ragazza che mostra in mondovisione un paio di gambe nude è qualcosa di blasfemo. Meglio quindi l'equitazione, dove il corpo sinuoso viene tenuto in ostaggio da un abito di forgia maschile, e i capelli biondi come fili di grano celati dal cap (il caschetto protettivo). A dispetto delle limitazioni medievali Dalma sarà a Londra. «Senza donne i sauditi possono restare a casa», aveva tuonato il presidente Jacques Rogge in uno dei tanti slanci propagandistici. Il presunto braccio di ferro si è protratto per parecchi mesi, ma la riserva è stata sciolta nei giorni scorsi. Guarda caso, ma non si tratta in realtà di una coincidenza, pochi giorni dopo la morte di Nayef bin Abdulaziz Al Saud, fratellastro di re Abdallah, uno dei membri più integralisti della famiglia reale. Dalma farà quindi parte della delegazione saudita per scrivere una pagina importante nella storia di un paese oscurantista. La specialità è stata scelta per lei da Riyadh già due anni fa, quando partecipò ai giochi per la gioventù di Singapore. Anche in quella circostanza il ministero dello sport si era trovato costretto a iscrivere una donna per poter far gareggiare la squadra maschile, con il benestare dello stesso Rogge. Il rapporto di Dalma con i cavalli è quello di un'appassionata come tante altre in un paese dove le corse ippiche rappresentano il primo sport nazionale, non certo le prove di equitazione. La razza araba è di sicuro tra le più eleganti e maestose, ma Dalma non ha nelle corde tutto questo talento per poter davvero entrare nel vivo di una competizione planetaria. E se per la sprinter irachena Dana Abdulrazzaq è stato sufficiente cancellare il cognome Hussein per ottenere il visto e sfilare a Londra con la bandiera del suo paese, Dalma vivrà l'esperienza londinese blindata. Lontana dal villaggio olimpico per evitare «strani» incontri, assistita soltanto da uno staff al femminile. Non a caso proprio il defunto Al Saud aveva ammonito gli atleti a «non vivere in quella vergognosa promiscuità che rende fragili le carni e toglie serenità alle menti». Sulla «prigionia» di questa estemporanea cavallerizza Rogge ovviamente non si è pronunciato.
Nonostante le infinite limitazioni, e l'accordo raggiunto sottobanco con il Cio, il re saudita Abdallah ritiene le Olimpiadi un'irrinunciabile opportunità mediatica per raccogliere consensi nel suo paese così come tra le monarchie del Golfo Persico. Nelle precedenti edizioni della kermesse pur di avere una squadra competitiva non aveva esitato a regalare passaporti ad atleti provenienti da altre nazioni, soprattutto dalla Nigeria. Fondamentale requisito la fede islamica. Anche se gli unici sportivi due a salire sul podio nella storia saudita, Hadi Al Somayli, argento nei 400 metri a ostacoli, e Khaled Al Eid, bronzo nell'equitazione, sempre a Sidney nel 2000, erano entrambi nativi di Riyadh.