I dottori in fannullonità che da sette anni non fanno una ricerca

BariZero titoli. E zero pubblicazioni. Neanche un rigo. Insomma, niente di niente. In questo caso il calcio e Mourinho non c’entrano, ma c’entra l’attività di quaranta ricercatori della facoltà di Medicina dell’università di Bari. I quali non danno notizie di produzione scientifica da sette anni, vale a dire da quando correva l’anno 2002. È quanto emerge da un rapporto interno della facoltà voluto dal preside Antonio Quaranta che, oltre ad avere dato una consistente sforbiciata ai costi tagliando 27 corsi su 57, ha deciso di monitorare con attenzione qualità e quantità di lavoro. E così è scattato il registro obbligatorio delle presenze ed è stato elaborato un dossier sulla produzione scientifica del corpo docente. Ricercatori compresi: in tutto sono 196, ma poco meno della metà non ha pubblicato neanche un lavoro all’anno e tra loro ci sono anche i quaranta di cui non si hanno notizie da parecchio tempo.
I dati sono tutt’altro che incoraggianti e hanno provocato aspre polemiche all’interno del mondo accademico pugliese. Dalle pagine del dossier elaborato dalla facoltà viene fuori una situazione per certi versi paradossale: i meno produttivi sul delicato fronte della produzione scientifica sono proprio i ricercatori, che sotto questo aspetto raggiungono un livello decisamente inferiore a quello dei prof dal nome altisonante e dalla carriera consolidata. Insomma, a quanto pare i tanto vituperati baroni sarebbero decisamente più attivi delle giovani leve. «Per forza, siamo utilizzati in altri incarichi e non abbiamo tempo», si difendono.
Il rapporto prende in esame il biennio 2007-2008. Ebbene, il 70 per cento del corpo docente ha visto riconosciuto il proprio lavoro su riviste mediche; tuttavia, questa incoraggiante percentuale cala al 61 per cento se si tiene conto esclusivamente dello spazio trovato sulle cosiddette riviste con impact factor, considerate di maggior rilievo in quanto vengono a loro volta citate: in buona sostanza si tratta di un criterio utilizzato per valutare il peso di un determinato lavoro per verificare il successo riscosso nella comunità scientifica.
Ma le note dolenti arrivano quando si passa a esaminare l’attività dei ricercatori: la percentuale degli improduttivi arriva a toccare infatti il 46 per cento, quasi uno su due; e poi ancora: sono novanta quelli che possono contare su un numero di pubblicazioni tra 0 e 1. Il tutto nell’arco di due anni. Per non parlare poi dei ricercatori di cui non si sa nulla dal 2002. Insomma, uno scenario allarmante, parzialmente migliorato grazie alla performance degli ordinari: in questa fascia, infatti, la percentuale degli improduttivi si abbassa sensibilmente al 19 per cento, ma schizza nuovamente in alto con riferimento agli associati (44 per cento). Il quadro è comunque completato dal superlavoro di alcuni docenti. I quali, forti di oltre cinquanta pubblicazioni, rendono la situazione meno sconfortante e sopperiscono alle carenze degli altri. Il dossier della facoltà di Medicina ha provocato un terremoto all’università di Bari, dove i ricercatori invitano a non fare di tutta l’erba un fascio. Tuttavia, non è la prima volta che il rapporto sulla produttività riserva sgradite sorprese. Era già accaduto l’anno scorso, quando era stato preso in esame il periodo compreso tra il 2002 e il 2005. Anche allora la situazione non è che fosse rose e fiori. Tutt’altro: dal rapporto dell’epoca risulta che oltre 150 docenti (tra ordinari, associati e ricercatori) avevano pubblicato poco o niente, meno di una ricerca scientifica all’anno, mentre in 48 erano completamente improduttivi.
L’ateneo di Bari è finito anche al centro dell’inchiesta sui «test facili» alla facoltà di Odontoiatria: ieri venti persone sono state indagate per la presunta «centrale» di esperti (scoperta il 4 settembre scorso in un appartamento ad Altamura) che avrebbe dovuto fornire ai candidati le risposte in tempo reale ai quiz di ammissione a odontoiatria. I reati ipotizzati sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla rivelazione del segreto d’ufficio.