I drammi di Beckett come «Metronomo»

Un’antologia di brevissimi atti unici presentata da Amedeo Romeo sul nuovo palcoscenico di via Cagliero

Pietro Vernizzi

Samuel Beckett in inglese li chiamò «dramaticule», piccoli drammi, a causa della loro brevità: alcuni non superano i due minuti. Da domani a sabato al Teatro Blu il regista Amedeo Romeo, con gli attori del laboratorio Teatri possibili di Monza, porta in scena un’antologia di questi atti unici.
Testi in grado di colpire immediatamente con la loro forza visiva e di riproporre la grande questione irrisolta di Beckett, per il quale l’uomo è destinato al fallimento, ma non può fare a meno di attendere qualcosa. «All’origine di queste pièce così brevi - spiega Romeo - c’è un processo di svuotamento della scrittura, della struttura del dramma tradizionale. Una scelta portata fino alle estreme conseguenze, riducendo lo spettacolo a pura azione scenica, a mimo, in cui sparisce letteralmente la parola. È quello che avviene in “Quad”, dove quattro danzatori incappucciati si muovono lungo le linee di un invisibile quadrato al ritmo di percussioni. Oppure, all’opposto, obbligando gli attori a restare immobili per tutta la durata del dramma, per esempio interrandoli, infilandoli in giare di terracotta o costringendoli su una sedia, in modo tale che prenda risalto la parola».
Dove sta la bellezza di queste situazioni estreme?
«Sta nella pulizia assoluta della scrittura, nella sua essenzialità. L’autore trasforma i personaggi in puri e semplici corpi, che non avendo libertà di movimento non possono sviare dal nocciolo della questione».
Beckett aveva pensato di legare tra loro i suoi atti unici?
«No, mettere insieme questi testi è stata un’idea mia. Ammetto che non è il massimo della fedeltà all’autore: anche se, in questo spettacolo, è l’unica scelta che lo tradisce».
Perché ha deciso di «tradirlo»?
«Insegno in un laboratorio di teatro e volevo che i miei attori venissero a contatto con un Beckett perlopiù sconosciuto. E poi per una questione di piacere personale. I jazzisti dicono che non si conosce davvero una musica finché non la si suona e io volevo “suonare” questi drammi, cioè farli vivere sulla scena e non limitarmi a leggerli sui libri. Spero però che il pubblico non mi fraintenda e non veda Metronomo come un’unica sequenza narrativa».
In che senso?
«Quello che auguro allo spettatore è di poter vibrare insieme ai personaggi, vivere in prima persona le situazioni rappresentate, godere la bellezza dei colori sulla scena. La vita stessa non si svolge come una sequenza narrativa, ha dei momenti che “squadernano” il nostro filo logico. Anche Beckett è così: fa entrare in scena figure che non ci si sarebbe mai immaginati, crea situazioni del tutto imprevedibili».
Intende dire che questi testi non hanno un significato?
«No, il loro significato è l’impossibilità di comunicare, l’intollerabilità dell’esistenza, la consapevolezza che tutte le nostre azioni sono destinate al fallimento».
Eppure Vladimiro ed Estragone, protagonisti del dramma, non possono fare a meno di continuare ad aspettare qualcosa. Non è in contraddizione?
«L’attesa è l’unica cosa che ha senso. Vladimiro ed Estragone continuano ad aspettare perché il tempo è aspettare, anche se poi Godot può essere quello che si vuole: qualcosa concepito in termini laici oppure la salvezza, un Dio, se vogliamo. Quello che conta è attendere: è la vita stessa che è attesa».