I Ds accelerano, i prodiani frenano E il Partito democratico resta ai box

Il nodo è la leadership della nuova formazione. Il Ppi: «Troppe lobby» Gli under 40: «Spazio ai giovani»

da Roma

Lo fa «con enorme sofferenza», perché al «sogno» del Partito democratico ha creduto e lavorato per anni. Ma oggi che, tra molti stenti, quel sogno si sta facendo realtà, Omar Calabrese lo boccia senza pietà: «A questo partito non mi iscriverò, anzi abiuro e rinnego tutte le belle parole scritte finora».
Omar Calabrese, oltre a essere un noto semiologo, è uno degli intellettuali che più si sono spesi nell’ultimo decennio per il progetto prodiano. È stato a lungo a fianco del Professore, dall’epoca del suo primo governo, è stato coordinatore nella seconda metà degli anni ’90 del movimento per l’Ulivo, è stato il promotore dell’ormai mitico seminario di Gargonza, tappa storica del lungo scontro tra Ulivo e partiti. Per questo il suo ripudio, e il lungo e argomentato elenco di ragioni che lo accompagnano, costituiscono un sinistro scricchiolio, un nuovo e pesante colpo d’immagine al neonato partito democratico. Che secondo il professor Calabrese rischia di essere solo una «somma di nomenclature», priva di progetto e respiro ideale, in grave deficit di «laicità», una sorta di «democrazia cristiana con altro nome», e per di più in sedicesimo.
Calabrese si prende gli applausi di chi, con motivazioni simili, quel progetto lo ha già rinnegato e ha abbandonato il proprio partito per questo: «Avevo già detto a Calabrese che sarebbe finita così - dice Fabio Mussi -. Lui era entusiasta dell’Ulivo. Adesso vedo che è arrivato alle mie stesse conclusioni e me ne rallegro. Il problema adesso è farsi la domanda “che fare?”. Io questa domanda me la sono già posta».
Ma i focolai di crisi intorno al Pd si moltiplicano. C’è la diffusa insoddisfazione attorno al neonato comitato promotore dei 45, la protesta del Nord sotto-rappresentato incarnata dal sindaco di Torino Chiamparino e appoggiata da Pierluigi Bersani; e quella dei «giovani» che firmano manifesti per chiedere maggiore rappresentanza in quell’anziano organismo. Il ministro Parisi (il primo a denunciare l’età media eccessivamente alta dei prescelti) che dà loro ragione ma avverte: «Non è attraverso la cooptazione che penso possano emergere i Blair, gli Zapatero, i Sarkozy di cui abbiamo urgente bisogno». Giovanna Melandri (una delle escluse dal Comitato) «condivide la protesta» degli under-40, mentre il Ppi Merlo lamenta l’assalto delle lobby: «Il Partito democratico sarà un partito politico o una sommatoria generazionale e di generi imposta per decreto?».
Nella babele generale, emerge intanto il pressing Ds per accelerare la scelta di una leadership alternativa a quella di Prodi, e per sancire la propria egemonia nel nuovo partito. Sullo sfondo del temuto risultato delle amministrative e degli allarmanti scricchiolii nella tenuta del governo. Ad aprire la strada è stato in realtà il capogruppo ulivista Franceschini, secondo il quale già ad ottobre va scelto il leader. Ma subito gli hanno dato ragione tutti i principali capi della Quercia: dalla dalemiana Anna Finocchiaro a Walter Veltroni. E la reazione dei prodiani fa capire quanto poco Palazzo Chigi trovi rassicurante questo agitarsi della Quercia. Dietro l’accelerazione, il premier sospetta ci sia l’ansia di liberarsi di un governo che più che il motore rischia di rivelarsi la pietra al collo del Pd. Ieri è toccato al braccio destro prodiano Santagata frenare Veltroni: «Spetta all’assemblea costituente decidere le modalità» con cui il Pd si darà, con un futuro congresso, degli organi dirigenti. Altro che primarie ad ottobre.