I Ds agli alleati: non fate le verginelle

da Roma

Non ci stanno a farsi crocifiggere per una scalata finita male, i Ds. Cercano di divincolarsi dal caso Unipol, dal groviglio delle intercettazioni e dal marchio d’infamia dei rapporti «impropri» con i raider dell’estate dei furbetti, dai silenzi o dalle ambigue solidarietà di alleati rimasti illesi. E ognuno reagisce a suo modo: D’Alema con l’invettiva, Fassino denunciando «l’attacco politico al più grande partito della coalizione».
Ma anche il segretario è assai irritato per come il contenuto di quelle telefonate, che «come si è visto chiaramente erano solo richieste di informazioni», è dilagato sui giornali. «Ci hanno raccontato che erano gli avvocati a trascrivere le frasi e a riferirle ai giornalisti. Ma quali avvocati!», si sfoga il leader al termine della lunga riunione del comitato politico della Quercia. «Lo ho detto alla Pomodoro (presidente del Tribunale di Milano, ndr)quando l’ho chiamata: gli avvocati di sicuro non si mettono a trascrivere anche i puntini, e lì i puntini c’erano tutti... quelle trascrizioni arrivavano da un file che è girato nelle redazioni».
Intanto, il capo della segreteria ds Tempestini se la prende con gli alleati: «Prodi e Rutelli, invece di esprimere solidarietà o “rispettosi silenzi” o dire che D’Alema e Fassino sono brave persone, dovrebbero riconoscere che noi il nodo dei rapporti tra politica ed economia lo abbiamo affrontato e risolto». E Goffredo Bettini, gran capo dei ds romani, rincara la dose: «Noi possiamo anche fare autocritica, ma per favore niente mammolette. Perché tanti politici, compresi esponenti della Margherita, di telefonate ne hanno fatte tante». «Già», chiosa Fassino, «sarebbe equo vedere anche le telefonate di Abete o altri». Anche se il fassiniano Andrea Ranieri se la prende anche con qualche compagno di partito, e denuncia «episodi di incredibile leggerezza» in quelle telefonate.
Ma oltre alle preoccupazioni per il caso Unipol, traspare anche la crescente insofferenza dei Ds per un governo che, intervento dopo intervento, tutti mettono sul banco degli imputati per la débâcle elettorale. «Prodi aveva detto che voleva scontentare tutti, no?», sibila un alto dirigente ds. «C’è riuscito: ovunque andiamo ci fischiano, registi, portuali, artigiani... Quindi ha realizzato il suo programma, e ora se ne può anche andare». Per Gianni Cuperlo «questo governo per molti ha rappresentato una delusione». Bettini è ancora più duro: «C’è uno scollamento tra governo e Paese, appariamo come la coalizione delle tasse, incerta sui diritti, che lascia tartassare le fasce deboli. Serve uno “scatto”, certo, ma si può fare se non ci si trova davanti un muro di gomma, un governo che interpreta il suo ruolo come esercizio del potere per mantenere il potere». Una cosa è certa, aggiunge: «Il Partito democratico è una grande carta, l’ultima. E non può coincidere con le sorti del governo, impiccarsi a Prodi, diventare la dépendence di un esecutivo in difficoltà: bisogna rompere questo intreccio asfissiante». Già, ma il problema è che al momento «non ci sono alternative politiche serie», come dice D’Alema e ribadisce Fassino: «Non ci sono condizioni politiche per larghe intese o governi istituzionali». E dunque tocca andare avanti con Prodi, finché dura: «Non possiamo smarcarci dal governo, perché il governo siamo anche noi», dice il segretario, «però il governo deve dare un colpo di reni, non rassegnarsi alla mediazione se diventa inconcludenza, darsi una griglia di priorità che finora non si è vista».