I Ds barattano Ronzitti per una Margherita

Paola Setti

Non sbatte la porta, perché non porta rancore. Ma neppure la lascia socchiusa, perché quel che c’è dietro non gli piace più. Mino Ronzitti, leader del Correntone fino a quando è stato nominato presidente del consiglio regionale, dopo una lunghissima militanza lascia i Ds. È la prima vittima del partito democratico fra Ds e Margherita, che chissà mai se vedrà la luce ma che è ormai una direzione da seguire per i leader del partito. Ne ha parlato Piero Fassino alla festa dell’Unità di Pesaro, «indietro non si torna», ci lavorano i segretari regionali e gli eletti in Regione.
A Ronzitti tanto basta. Neppure i primi passi, ha voluto fare. Non il gruppo unico in via Fieschi, che lui vede come preludio alla fusione dei due partiti di maggioranza. E non i congressi, là dove, si rammarica Mario Tullo il segretario regionale, «ci sarebbe piaciuto avere il contributo, anche critico, di Mino». E invece Ronzitti anticipa i tempi. E si dice che continuerà a spiazzare, se è vero potrebbe costituire un gruppo nuovo in consiglio, che potrà ospitare la sinistra, da Rifondazione ai Comunisti italiani all’ex diessino Franco Bonello. Inequivocabili i toni della lettera che ieri, da Roma dove ha incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha fatto recapitare a Tullo e per conoscenza a Fassino, a Fabio Mussi il coordinatore nazionale della “Sinistra Ds”, a Claudio Burlando il presidente della Regione e a Moreno Veschi il capogruppo Ds in Regione. Spiega Ronzitti che lui resterà un «compagno»: non farà parte del progetto di Ds e Margherita, ma esplorerà quello della federazione fra le forze di sinistra che sta decollando a livello nazionale. Perché il partito democratico, scrive, gli pare «una assunzione acritica del modello politico-culturale americano»: «Si rinuncia definitivamente a sviluppare la ricerca nel campo della sinistra, tesa a dare vita ad un patto federativo tra tutte le componenti che ad essa si richiamano in Italia ed in Europa». Lui, invece, e lo scrive in maiuscolo, continua a credere nell’idea «di “una grande sinistra in un grande ulivo”».
Non rinuncia a sottolineare le storture: «La scelta avanzata non è, a mio giudizio, quella di scrivere una nuova pagina della storia della sinistra, ma di iniziare a scrivere “un’altra storia” per me incerta e nebulosa, che in via riservata denunciano anche molti che dovrebbero dar vita al nuovo soggetto. Ciò lo ritengo contraddittorio oltreché intempestivo, proprio nel momento in cui tutta la sinistra per la prima volta raccoglie la sfida del governo del Paese». Ecco. Lui sogna una «sterzata a sinistra», ma i Ds guardano al centro: «Troppo spesso dietro la “metafora” della modernità è mancata la forza di un reale e credibile progetto capace di suscitare passione e condivisione. Un limite che vedo anche oggi in questa proposta, se guardo all’identità, al radicamento sociale al profilo culturale del nuovo partito, che si presenta ai miei occhi debole e indistinto». Grazie e addio alle compagne e ai compagni dunque, dopo «anni di vittorie esaltanti e di sconfitte cocenti, contrassegnati da un forte spirito di solidarietà ma anche da incomprensioni dolorose e a volte da emarginazioni che avevano il sapore amaro della scomunica d'altri tempi». Nessun rancore, sia chiaro. Ma ognuno faccia la sua strada. Per i Ds, che ieri si son detti «rammaricati pur non condividendo il ragionamento di Mino», è un primo pezzo di partito che se ne va, perché con Ronzitti se ne vanno tanti voti.