I Ds furiosi col premier: colpa tua

L’accusa della Quercia: doveva prendere Di Pietro per le orecchie Il ministro Chiti: il problema è che non possiamo abusare della fiducia

Roma - Eran passati circa cinque minuti dal fermo ultimatum di Romano Prodi alla sua coalizione, e già sulle agenzie i partiti del centrosinistra se lo rimpallavano l’uno contro l’altro. In attesa, di lì ad un paio d’ore, di rimandare sotto la maggioranza in Senato.
Con chi ce l’ha il premier? L’Udeur di Clemente Mastella mette sotto accusa Antonio Di Pietro; Di Pietro se la prende con «la sinistra massimalista e i suoi continui veti»; Rifondazione con Russo Spena assicura che «Prodi certo non si riferiva a noi» e additava «gli estremisti di centro» e in particolare Lamberto Dini. Il quale ribatteva che lui, certo, si tiene «le mani libere» (e ha già annunciato a brutto muso: «Sapete che vi dico? Io l’accordo sul welfare non lo voto, visto che avete tolto il tetto dei lavori usuranti»), ma non si sente affatto il responsabile del «degrado» della maggioranza.

Maggioranza che ha vissuto una giornata di sbando al Senato, perdendo ripetutamente pezzi nelle votazioni degli emendamenti al decreto fiscale. A metà pomeriggio, una parte del centrosinistra premeva sul governo per un voto di fiducia che tagliasse la testa al toro. Ma il ministro dei rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, accorso a Palazzo Madama, ha comunicato ai capigruppo che non se ne parlava, spiegando che anche dal Quirinale erano arrivati segnali assolutamente contrari. Anche perché è scontato che nei prossimi mesi la fiducia servirà a blindare sia la Finanziaria che il protocollo welfare, e «non possiamo abusarne». In fondo, il decreto fiscale avrebbe dovuto avere un percorso assai meno accidentato del resto della manovra, visto che ha l’appoggio dei «dissidenti» della sinistra che già annunciano che invece non voteranno la Finanziaria.

Invece ci ha pensato Di Pietro a mettersi di traverso, con i suoi senatori che hanno votato con la Cdl mandando sotto la maggioranza sul ponte di Messina. La capogruppo dell’Ulivo, Anna Finocchiaro, era su tutte le furie. Da giorni sollecitava un «intervento autorevole» del governo per sventare una trappola annunciata, ma Prodi (lamentano in casa Ds) «invece di prendere lui per le orecchie Di Pietro e imporgli un chiarimento, se ne è lavato le mani. E qui c’era solo il sottosegretario all’Economia Lettieri...». Insomma, è l’accusa, «continua a mancare una regia politica, col risultato che sul Senato si scaricano tutte le tensioni che il governo non riesce a risolvere».
Solo a sera il premier si è deciso a intervenire, dopo molti allarmi e pressioni del centrosinistra, e ha fatto sapere ai vertici del Pd che avrebbe rivolto «un appello» alla maggioranza.

Un appello che, al di là del richiamo a «tutte le forze politiche» a dire con chiarezza se «intendono continuare a sostenere il governo», ha anche il senso di derubricare «fatti particolari» lo stillicidio di sconfitte parlamentari subite ieri in Senato, e proseguite anche dopo l’appello del premier. «Fatti particolari» che non mettono in discussione «l’impianto delle grandi proposte» che il suo governo porta avanti, e dunque neppure il suo ruolo. Insomma, come dicono ai piani alti di Montecitorio, «Prodi è determinato ad andare avanti, e fa capire che si arrenderebbe solo se cadesse su un voto di fiducia».

Si va avanti a tentoni, dunque, e nessuno sa se e quando arriverà il redde rationem. Prodi ieri ha ribadito il suo rifiuto di ogni ipotesi di governi «per le riforme», che sono «compito del Parlamento». Dopo di lui, ci sono solo elezioni anticipate, insomma. Ma nel centrosinistra, dopo la svolta di Fausto Bertinotti, che ha messo sul piatto i voti di Rifondazione per un altro governo, il «fronte del 2009» si sta allargando. Un «governo del Presidente», come lo definisce il verde Cento, che «alla fine potrebbe essere proprio Walter Veltroni a guidare».