I Ds ora temono anche i fischi della sinistra

Chiti (Quercia): «Non potevamo aderire perché non c’è la condanna del terrorismo»

Laura Cesaretti

da Roma

«Tutti a Roma con le bandiere arcobaleno», titolava ieri il Manifesto, chiamando a raccolta per oggi il popolo della pace nel terzo anniversario della guerra irachena.
«Tutti» però non ci saranno, e la vigilia della manifestazione romana è animata più dalle polemiche tra chi va (Rifondazione, Pdci, Verdi e associazioni varie), chi sta a casa (Ds e Margherita) e chi resta a metà del guado (la Cgil, che aderisce in spirito ma non partecipa fisicamente), che dall’afflato pacifista. Nonostante la massiccia offensiva Usa a Samarra sia in pieno corso.
In verità, anche la polemica è un po’ stanca, e nessuno ha voglia di scatenare una guerra interna all’Unione a tre settimane dalle elezioni politiche. Anche perché il candidato premier, Romano Prodi, sulla manifestazione non ha aperto bocca. Persino il no global Francesco Caruso, che deve difendere la propria contestata candidatura allo scranno parlamentare, vola basso e invece di attaccare i ds proclama la propria nuova fede nonviolenta: «Spero che contro la violenza della guerra in Irak e delle torture prendano domani (oggi per chi legge, ndr) la parola e si mobilitino tutte le forze sinceramente democratiche». E si guadagna un affettuoso buffetto da Fassino: «Mi compiaccio per le sue dichiarazioni molto nette».
Invece i cespugli della sinistra dell’Unione sottolineano la diserzione diessina, puntando anche a intercettare potenziali elettori in uscita, delusi dal moderatismo ulivista della Quercia: «La non partecipazione dei Ds, motivata con argomenti pretestuosi, è incomprensibile», dice Iacopo Venier, responsabile Esteri del Pdci. «Di fronte ai bombardamenti a tappeto ed all'approvazione della strategia di sicurezza nazionale con cui Bush rilancia la sua guerra di aggressione al mondo intero la sinistra italiana dovrebbe mostrare, anche in piazza, unità e determinazione». Assai meno aggressivo Gennaro Migliore, delfino bertinottiano in Rifondazione: «Sarebbe importante che i ds ci ripensassero, ma sarà una grande mobilitazione comunque, perché a scendere in piazza non saranno solo i militanti dei partiti ma tutti gli elettori». Il Verde Paolo Cento attacca: «Il centrosinistra farebbe bene a starci in tutte le sue componenti: è troppo facile dirsi contro la guerra e poi lasciare solo il movimento pacifista». Ma poi spiega: «Il timore che li trattiene è quello di qualche slogan fuori controllo, che innescherebbe speculazioni elettorali contro di loro. Una preoccupazione legittima, anche se eccessiva». Certo, aggiunge ironico, la vita dei Ds sta diventando dura: «Alle manifestazioni bipartisan con la destra non possono andare, a quelle pacifiste con la sinistra neppure...».
Dalla sinistra della Quercia arriva in ordine sparso qualche adesione «a titolo personale»: «Ho visto - dice Fulvia Bandoli - che dopo le violenze e le provocazioni di Milano sia la Cgil sia il mio partito hanno usato un atteggiamento di cautela che è giunto fino alla non adesione alla manifestazione di sabato. Io continuo a dare fiducia al movimento per la pace che è sempre stato in grado di isolare e respingere tutte le provocazioni». Andranno anche Giorgio Mele e Gloria Buffo: «Sfileremo, a patto che il corteo sia pacifico e respinga eventuali provocazioni». E la Buffo aggiunge: «Capisco le preoccupazioni dopo i gravi incidenti di Milano subito sfruttati dalla destra, ma l'impegno pacifista va mantenuto».
Tirati per la giacca, a sera i ds tornano a giustificare la propria assenza dalla piazza pacifista. Tocca a Vannino Chiti argomentare: «Non abbiamo aderito alla manifestazione perché la piattaforma ci appare non equilibrata: per un aspetto giusta, ma parziale», dice il coordinatore della Quercia. «È giusto l'impegno per la pace, ed è un obiettivo non solo per noi, per i Ds, per l'Ulivo, ma che è nel programma del centrosinistra, ma accanto a questo ci deve essere in modo esplicito una condanna del terrorismo». In ogni caso, Chiti auspica che il corteo «si svolga in modo del tutto pacifico» e «che non ci siano piccoli gruppi che con gesti come quello di bruciare le bandiere, danneggino i movimenti». Per la Margherita, è Renzo Lusetti a chiudere la diatriba: «La pace non si invoca solo con le manifestazioni di piazza, ma si costruisce con la politica e le manifestazioni devono essere pacifiche».