I Ds si ribellano a Fassino e scaricano Prodi

Il presidente della Quercia tiene duro: «Non possiamo dirgli di no, sarebbe un atto di sfiducia». E così frena le velleità di Veltroni

Laura Cesaretti

da Roma

La marcia del listone di Prodi si è per ora incagliata, e sullo scoglio più grosso: quello dei ds. Nella notte di giovedì, davanti all’ufficio politico che raccoglie tutte le anime diessine, Fassino e D’Alema si sono trovati in netta minoranza sulla linea del «non possiamo dire no a Prodi»: da Bersani a Veltroni, da Angius a Violante, da Livia Turco a Morando, da Salvi a Mussi, tutti (tranne Bassolino e Chiti) hanno sbarrato la strada alla prospettiva di seguire il Professore in un’operazione elettorale che provocherebbe la scissione della Margherita. Il capogruppo al Senato, ad esempio, lo ha detto chiaro: «Una lista con i Verdi e Di Pietro e senza i Dl non c’entra nulla con il nostro progetto di dare un timone riformista alla coalizione. Se Prodi spacca la Margherita, è ovvio che Rutelli e Marini diranno che non li rappresenta più come leader: si aprirebbe un problema enorme per tutti, a cominciare da Romano».
Piero Fassino ha dovuto frenare, e rinviare ogni decisione della Quercia: la riunione della Direzione, che deve essere chiamata a votare sull’eventuale scelta di imbarcarsi nella lista Prodi al proporzionale, era prevista per la prossima settimana ma è stata rinviata a dopo il referendum.
Fassino e D’Alema si rendono conto che il partito rischia di spaccarsi su una scelta del genere, e il ds Caldarola valuta che «nel voto ci potrebbero essere sorprese, l’area del dissenso è troppo ampia».
Nel frattempo si tenterà di «comporre la frattura» tra Dl e Prodi, con Fassino che manda segnali rassicuranti ad entrambi: «Abbiamo bisogno di tutti e due». Ma è ovvio che Rutelli non può cedere e rinunciare alla propria lista elettorale, e ieri Marini si è occupato di ribadirlo: «È inutile continuare a discutere se la Margherita possa cambiare la propria decisione. Se si continua a insistere su questo tasto, si perde tempo».
Dunque il tentativo dei Ds si rivolgerà più a Prodi che ai Dl: a questo punto Fassino e D’Alema sono pronti ad offrirgli le odiatissime primarie, e a promettergli che nella prossima legislatura potrà costituire un proprio gruppo parlamentare, con gli eletti (una trentina) che il Professore chiede gli siano assicurati. Purché rinunci a fare una sua lista, costringendo i Ds a imbarcarcisi per evitare un’emorragia di voti alla Quercia.
Ma il Professore sembra lanciato come un treno: «Non mi lascio scoraggiare dalle difficoltà, è mio dovere andare avanti in questo disegno storico». Fassino lo sa, e l’altra notte avvertiva: «Non pensiate sia facile convincere lui o Rutelli». E dunque «se Prodi fa una sua lista e noi non gli diciamo di sì, avremo grosse difficoltà con i nostri elettori».
Ancor più ultimativo è apparso D’Alema, che ha accusato Rutelli di aver compiuto «il primo gesto di rottura», anche se forse «Romano avrebbe potuto reagire in altro modo». Ma se Prodi non indietreggia, «noi non possiamo dirgli di no: sarebbe un atto di sfiducia, una messa in discussione della leadership». Dunque va bene cercare di evitare una frattura con i Dl, «ma non possiamo mettere sullo stesso piano Rutelli e Prodi. Altrimenti rischiamo di giocarci in due settimane tutto quel che abbiamo costruito in due anni».
Una difesa così incondizionata del Professore da stupire molti dei presenti, che la attribuiscono alla preoccupazione di veder saltare la sua candidatura ed emergere quella di Veltroni. «Dopo Romano, può esserci solo Fassino», ha ripetuto in questi giorni D’Alema. «Dopo Prodi, per i ds c’è solo Prodi», dice più pudico Fassino.
Un segnale a Veltroni, che ieri a chi gli chiedeva cosa accadrebbe se la Margherita indicasse un candidato premier ds ha replicato secco: «Non esiste. Prodi è il migliore».

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