I dubbi di Bossi: "Duriamo, ma non so quanto"

Intanto il Senatùr diserta un incontro con Berlusconi e avverte: "Anziché le intercettazioni, riforme che interessano la gente"

Roma - Tutta colpa del sigaro, che già gli ha procurato una frattura del gomito. Stavolta l’ha trattenuto nel cortile di Montecitorio dando tempo ai giornalisti di avvicinarlo e fargli perdere di qualche secondo la votazione. Un incidente, che fa innervosire lo staff del capo, ma non solo, se il capogruppo Marco Reguzzoni arriva ad accusare «una giornalista che si è vantata di essersi interposta» tra Bossi e l’aula. Gli altri due deputati leghisti assenti, invece, erano ampiamente giustificati, il primo (Matteo Bragantini) ha avuto il suo primo figlio poche ore prima, l’altro, Stefani, era a casa per ragioni di salute. C’è irritazione tra i leghisti per le assenze tra i colleghi. «Dov’erano gli scajoliani? E i Responsabili?» chiede un deputato maroniano. «Noi ci spacchiamo l’anima per venire da fuori, mi domando quali motivi abbiano impedito a trenta onorevoli del Pdl e dei Responsabili a non essere presenti» lamenta Gianluca Paolini, deputato leghista e avvocato membro della commissione Giustizia.
E proprio sul capitolo giustizia la Lega ha preso una posizione diversa da quella dei giorni scorsi, sul ddl intercettazioni. Un cambio frutto dell’ultimo vertice in via Bellerio, con Bossi, Calderoli e Tremonti. «Bisogna fare le riforme che interessano la gente, che non ha più soldi» ha detto lì il segretario federale. Anche i tumulti della sua base hanno convinto i capi del Carroccio a stringere i tempi su «cose concrete», e anteporle ai provvedimenti meno urgenti per la pancia leghista. Uno di questi è quello sulle intercettazioni. «Una legge va fatta ma a noi interessano cose più concrete, spero che venga ritirato» ha spiegato Reguzzoni. Cose concrete «come l’autorizzazione alla Singapore Airlines per operare sull’aeroporto di Malpensa che Matteoli non dà da nove mesi. Io la penso come Palamara, una legge va fatta ma tenendo conto delle richieste dei magistrati e del fatto che non si può pubblicare tutto sempre e comunque». Una frenata improvvisa, visto che sei giorni fa la Lega sul ddl sosteneva altro («È assurdo che Palamara dica che gli emendamenti sono antistorici e inutili - spiegava Nicola Molteni, deputato della Lega anche lui civilista - Questa non è una legge bavaglio, non è contro la libertà di stampa, tutela la privacy»).
Una sterzata impressa dal Bossi molto «tremontiano» (più ancora che berlusconiano: disertato l’incontro a Palazzo Grazioli) di questo inizio autunno. E che torna a prevedere problemi per la maggioranza («Per ora va avanti, ma non so quanto. Oggi solo un piccolo infortunio, nulla di politico»), ma soprattutto per dare un contentino all’ala antiberlusconiana del suo partito. Il capo ora ha due pensieri: fare qualcosa che la sua gente capisca e rimettere ordine nel Carroccio. Non è un caso che nella riunione del gruppo alla Camera Bossi abbia parlato soltanto del caso Varese, raccontando quel che è successo - la sua versione ovviamente - e lamentandosi («è amareggiato» dice Reguzzoni) di ciò che non ha funzionato. La Umberto’s version: «Quelli che hanno contestato a Varese erano ex An, ma sono stati respinti con perdite». E poi le polemiche non erano su di lui, che risponde «no» a chi gli chiede se si sia sentito contestato dai suoi delegati (trecento in tutto). Che replicano: «imporre un candidato dall’alto significa tornare ai tempi del fascismo». Specificando però, come usa nel partito leninista padano (Maroni dixit), che «la Lega è Bossi e, nonostante questo momento di sbandamento, lui resta il leader».