I dubbi dei dalemiani: Piero? Toni eccessivi

Il vicepremier contrario alla linea dura: "Saremmo messi alla gogna". Cresce il dissidio tra i vertici

Roma - Le carte di Milano sono alla fine arrivate, la procedura parlamentare per rispondere alla richiesta di autorizzazione della Gip Forleo si è messa in moto. Nonostante gli auspici di accelerazione del presidente della Giunta competente alla Camera, l’Udc Carlo Giovanardi, la spinosa questione scivolerà comunque a settembre.
Ma nella Quercia già si discute sul da farsi, visto che gli «imputati», come dice ironicamente Nicola Latorre, sono tre pezzi da novanta dello stato maggiore del partito: segretario, vicepremier e vicepresidente dei senatori. Cioè Piero Fassino, Massimo D’Alema e lo stesso Latorre.

E dunque si susseguono riunioni, consultazioni e vertici, che coinvolgono anche gli esponenti della Quercia più esperti di questioni di giustizia (dall’avvocato senatore Guido Calvi alla capogruppo Anna Finocchiaro, da Luciano Violante all’ex deputato ora membro del Csm Vincenzo Siniscalchi) per decidere la linea di difesa da una «offensiva» giudiziaria della quale si dà una lettura tutta politica. Ieri Fassino si è scagliato contro la «campagna di aggressione» volta a «delegittimare» i Ds, prendendosela esplicitamente con il Corriere della Sera e - implicitamente - anche con altri giornali, Repubblica in testa, che non solo hanno attivamente promosso il cambio della guardia ai vertici del Pd, con una campagna che ha portato all’investitura di Walter Veltroni, ma continuano a bombardare i capi Ds sul caso Unipol. «C’è qualcuno - è la denuncia di Fassino - che pensava che il Pd rappresentasse la liquidazione della sinistra. Siccome si accorge che non è stato così, ora pensa di utilizzare la magistratura per condurre l’attacco al gruppo dirigente».

In casa dalemiana si condivide il ragionamento, ma si giudicano «eccessivi» i toni e inopportuno il momento: «Sarebbe meglio stare zitti». E’ chiaro a tutti, come spiegano al Botteghino, che «non dobbiamo farci mettere in mezzo con l’accusa di comportarci da casta». Lo ha spiegato lo stesso D’Alema a quella parte dei Ds, Violante in testa, che caldeggiavano la linea dura contro la richiesta di autorizzazione, argomentando la necessità di votare no alla sua richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni. «Se lo facessimo saremmo messi alla gogna», è stato il ragionamento con cui il vicepremier ha bloccato le ipotesi di arroccamento difensivo. Così come è stata accantonata l’idea, pure circolata, di far partire iniziative contro la Forleo: «Se le sue valutazioni le avesse espresse un qualsiasi funzionario dello Stato, sarebbe stato ritenuto un esercizio abusivo del potere», aveva notato la Finocchiaro, all’indomani della pubblicazione dell’ordinanza.

Ma l’ipotesi di una denuncia alla Procura di Brescia per abuso d’ufficio è rapidamente tramontata. Certo resta in piedi la possibilità di un’azione disciplinare, attivata dal ministro della Giustizia. E nel frattempo anche il capo dello Stato, nella sua veste di presidente del Csm, ha fatto sentire la sua voce.

I Ds stanno alla finestra, in attesa di sviluppi, ma ovviamente non prenderanno alcuna iniziativa diretta. E dunque, spiega Latorre, «siamo tutti sulla stessa linea: non faremo nulla per impedire che la magistratura vada fino in fondo, non porremo nessun ostacolo al suo lavoro e non ci negheremo alle sue richieste».

Ma dentro la Quercia non si nega che le strade dei tre dirigenti investiti dalla bufera possano prima o poi dividersi. Perché «sta scritto nelle carte», fanno notare gli amici del segretario, che i ruoli «sono stati diversi»; che mentre Fassino «si impicciava e si informava» su una partita giocata altrove, D’Alema «parlava dei pacchetti azionari di Bonsignore». E non si esclude che diverse possano essere le conclusioni dei magistrati: «Per ora la linea di Fassino è simul stabunt simul cadent, anzi è lui che fa scudo agli altri. Poi si vedrà».