I dubbi dei soldati: "I missili non bastano"

Un tenente della riserva israeliana: "Combattere è necessario. E vinceremo. Ma l'odio resterà". Le colpe di sessant'anni di scontri armati? "Vanno ripartite, questo è sicuro. Ma con la rabbia non si va da nessuna parte"

Ashkelon - «Gaza è la sola città al mondo che è stata così pazza da resistere ad Alessandro il Grande. Perché stupirsi se hanno scelto di votare a valanga per un partito che già nel suo programma elettorale conteneva la promessa di scatenare una guerra più devastante di tutte quelle passate? E badi: non una guerra qualsiasi. Direi piuttosto un castigo, una punizione tale da moltiplicare per dieci, per cento, quel carico di povertà, umiliazione e disperazione che già erano il marchio di fabbrica della Striscia».

Una storta alla caviglia, ed ecco il tenente della riserva Gideon Wolinsky di ritorno dal fronte, dopo soli due giorni di servizio dalle parti di Khan Younis. Quarantatré anni, insegnante di musica, politicamente schierato a sinistra, «e dunque idealmente pacifista», Wolinsky ringrazia la sorte per la distorsione rimediata durante una marcia notturna. «Le guerre non mi piacciono. E questa che stiamo combattendo, anche se necessaria, mi piace ancora meno. Ci va di mezzo troppa gente che non c'entra», dice mentre un infermiere dell'ospedale Barzilai gli fascia stretta la caviglia mezza scassata. Nella stanza entrano quattro suoi commilitoni, gli fanno festa. Uno, il sergente Gil Selig gli ha portato un dolcetto. Un altro, Benny Hoffman, lo sfotte dandogli dell'imboscato. Da domani, anche Gil e Benny entreranno in azione. Ma anche loro sono convinti che la risposta non è nei cannoni. «Ci vorrebbe un'invenzione, un'idea semplice e geniale. Ma al momento non l'abbiamo. Né noi, né loro».

Sconfiggerli con l'esempio, per esempio. «Ha letto quell'articolo di Asa El su Haaretz la settimana scorsa? I palestinesi di Gaza, basta che alzino lo sguardo sui nostri campi e le nostre cittadine, quelle che bombardano con i Qassam, per sentirsi rimescolare dentro. Ogni volta misurano la profonda differenza esistente fra noi: la loro arretratezza, la desolazione terzomondista in cui hanno scelto di affogare di contro alla nostra agricoltura avanzata, alle nostre città ordinate, alla nostra prosperità. E non possono non ricordare le terre che persero dopo aver scelto di attaccare lo Stato di Israele appena nato. Ma è una vecchia storia. E le vecchie storie, quando provocano ancora dolore, e sangue, bisognerebbe trovare il modo di seppellirle».

Sessant'anni di odio e di guerre. Forse non è solo colpa dei palestinesi, azzardo, provocando il tenente Wolinsky. «No, certamente no. Le colpe vanno ripartite, questo è sicuro. Ma con la rabbia non si va da nessuna parte. Allevando generazioni di terroristi, mettendogli in mano un mitra a sette anni, e facendoli sentire degli eroi si perpetuano fame, miseria, arretratezza, povertà».

Al momento, sfortunatamente, non pare che ci sia da attendersi una nuova leadership più pragmatica. Mentre parliamo un razzo Qassam cade a qualche chilometro da qui. Non abbiamo sentito neppure il tonfo. Solo le sirene delle ambulanze, che escono sgommando dalla porta carraia del Barzilai. E se fosse stata colpa di Ariel Sharon, il generale premier che nel 2004 decise il ritiro unilaterale da Gaza? Non avrebbe fatto meglio, dico al musicista soldato Wolinsky, a consegnare la Striscia nelle mani di Abu Mazen e della sua Autorità palestinese, aiutandolo a mettere sotto scacco Hamas?

«Non so, forse sì». «È una cosa che ci diciamo spesso, in Israele - ammette il soldato Benny -. Ora però ci dobbiamo concentrare su un solo obiettivo: sconfiggere Hamas. E questo lo stiamo facendo. Ma non basterà». Dunque? Gideon, Gil e Benny si guardano. Risponde Gideon, per tutti. «Solo la vista quotidiana degli ebrei di là dal confine, che piantano alberi e costruiscono case, che si moltiplicano e sanno difendersi potrà convincere i palestinesi che il popolo con cui si confrontano non è meno testardo di loro. Basterebbe ripartire da qui. Il resto, prima o poi, seguirà».