I dubbi del Professore: voglio garanzie sui numeri

da Roma

Alla fine, il governo ha dovuto alzare le mani (e non la posta) davanti al plotone degli ormai celeberrimi nove «dissidenti» anti-afghani.
La fiducia sulle missioni militari non la voleva il presidente Napolitano, non la voleva il presidente del Senato Franco Marini, non la voleva il vicepremier Francesco Rutelli, e lo hanno detto in tutte le salse, anche sui giornali. Non la voleva Romano Prodi, e nemmeno Enrico Boselli della Rosa nel pugno, e neppure l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. E invece, fiducia sarà: dopo una riunione fiume con i dissidenti durata quanto un Politburo del Pcus ai tempi di Breznev, uno stremato Vannino Chiti, ministro dei rapporti con il Parlamento cui è stato addossato l’ingrato compito di mediare con trozkisti, post stalinisti e pacifisti no global, si è arreso. Senza fiducia, i nove (ma altri minacciano di aggiungersi) votano contro il ddl, senza se e senza ma, e la maggioranza si dissolve. Chiti, che durante la riunione ha ricevuto numerose telefonate dei contrari alla fiducia, che lo incitavano a tener duro, ha provato a convincere i resistenti ad accettare un compromesso: «D’accordo, vi mettiamo la fiducia, però una sola, sull’articolo 2 che è il più simbolico. E sul resto votate sì». Respinto con perdite: «Di fiducie ne vogliamo almeno tre: sull’articolo 2 che parla di Afghanistan, sul 3 che riguarda i finanziamenti e sul voto finale». L’ulteriore mediazione di Chiti si è assestata sulle due fiducie: articolo 2 e voto finale, e l’articolo 3 lo mandate giù: «Tenterò di convincere Prodi che questa è l’unica soluzione», ha salutato il ministro prima di recarsi a riferire al premier. Il quale però non vuole ancora sciogliere la riserva: intanto perché la resa ai nove ultrà non è esattamente un gran colpo di immagine per il governo, e poi perché Prodi è preoccupatissimo per i numeri: «Dobbiamo avere un impegno esplicito e organico che i nove voteranno la fiducia», ha reclamato. In più, ai capigruppo chiede una verifica voto per voto, senatori a vita e oltreoceanici compresi: nessuno deve mancare all’appello di un voto in cui il governo si gioca la testa. Tanto più che prima di giovedì è molto probabile che il governo sia costretto a porre la fiducia anche sul dl Bersani: un percorso di guerra per tutta la settimana, lungo il quale ogni votazione può nascondere una trappola mortale.
Per ottenere il sospirato voto di fiducia hanno insistito fino all’ultimo gli uomini di Rifondazione, a cominciare da Fausto Bertinotti che ieri invitava ad avere «grande determinazione» davanti all’«ingorgo parlamentare» che sta mandando in tilt il centrosinistra. Troppe le sollecitazioni per un’«intesa bipartisan» che stavano arrivando da autorevolissimi esponenti dell’Unione (da Marini allo stesso Napolitano), per non far lievitare il dubbio di grandi manovre in corso per l’allargamento della maggioranza. E ieri sera il segretario del Prc Franco Giordano ha voluto personalmente sondare il presidente del Senato Franco Marini, trovandolo rassegnato: «Capisco che non ci sia altro da fare, a questo punto». Nel frattempo anche Francesco Rutelli confidava ai suoi di non vedere più alternative. In serata la conferma di Prodi, al termine del vertice dell’Ulivo: «Penso che la fiducia sia assai probabile».