I due 007 italiani sequestrati erano stati picchiati e torturati

Si aggravano le condizioni del militare ferito alla testa. Gli inglesi autori materiali della liberazione

Le condizioni di uno degli agenti dei servizi ferito in Afghanistan, durante il blitz dei corpi speciali per liberarli, si sono aggravate a tal punto che la sua vita dipende da un respiratore. Sia lui che l’altro sottufficiale rapito «erano stati picchiati duramente dai sequestratori», conferma una fonte dell’intelligence italiana. Inoltre la versione inglese della vicenda, comparsa ieri sul quotidiano Guardian e alcuni riscontri raccolti dal Giornale cominciano a far luce sul blitz. Gli obiettivi erano due: un edificio usato come covo, dove hanno fatto irruzione i corpi speciali italiani senza trovare nessuno, ed un paio di veicoli, che trasportavano gli ostaggi, affrontati dagli inglesi. La sorpresa è stata che i militari sequestrati fossero già stati caricati sui mezzi ed il blitz ha avuto successo a metà. Da una parte gli ostaggi sono stati liberati, ma un italiano, il più giovane, poco più che trentenne, è gravissimo a causa di un proiettile in testa e l’altro, un cinquantenne, è stato colpito ad una spalla e ha una frattura della clavicola. Inoltre i tagliagole avevano preso in ostaggio anche l’autista degli uomini dei servizi, che è rimasto ucciso, e Beshoz, l’interprete, ferito non gravemente. Su di lui si stanno concentrando le indagini, per capire se gli agenti dei servizi siano stati venduti da una talpa, finendo in quella che avrebbe i contorni di una trappola.
«Le condizioni del militare rimasto recentemente ferito in modo grave in Afghanistan si sono ulteriormente aggravate nel corso della notte (fra lunedì e martedì nda) - hanno dichiarato dal ministero della Difesa -. Il militare viene mantenuto in vita grazie ad un respiratore artificiale». Il proiettile conficcato nella testa non è stato ancora estratto, perché l’intervento potrebbe ucciderlo. Dal suo esame si potrebbe capire se gli ostaggi sono rimasti vittima di fuoco amico o di un’esecuzione da parte dei sequestratori. Gli altri colpi che hanno centrato gli ostaggi non sarebbero stati sparati dalle armi dei corpi speciali.
Ieri sul Guardian il maggiore Charles Anthony, portavoce della Nato a Kabul, ha sostenuto che non risulta chiaro se gli ostaggi siano stati feriti dai rapitori o dai liberatori. L’unico dato certo è che sono stati gli uomini dell’Sbs (Special boat services), i corpi speciali della Marina britannica, ad aprire il fuoco contro i due veicoli dei sequestratori. Poi hanno recuperato gli ostaggi italiani nascosti e legati, che «mostravano segni di essere stati torturati o picchiati duramente». I corpi speciali italiani, invece, avevano fatto irruzione nell’obiettivo principale, un edificio, ma senza trovare nessuno.
Il blitz è avvenuto non distante da Bakwa, il capoluogo di un distretto nella provincia di Farah, che è diventata la prima linea degli italiani. Lo scorso febbraio Bakwa era stato occupato da trecento talebani armati fino ai denti, che poi avevano deciso di ritirarsi di fronte alla controffensiva delle truppe della Nato, compresi soldati italiani e reparti afghani. Il distretto è una delle zone più a rischio, assieme a quella di Bala Baluk e Delaram. Gli obiettivi preferiti dai talebani sono i poliziotti afghani che subiscono attacchi fulminei o imboscate con le trappole esplosive.
Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha ribadito ieri che non c’erano alternative al blitz. La banda di rapitori era composta da irregolari, ma gli ostaggi «erano stati già venduti ai talebani», conferma una fonte del Giornale. Se consegnati avrebbero fatto una brutta fine, dopo il loro utilizzo propagandistico e politico. Per questo motivo si è deciso di intervenire bloccando il trasferimento già in atto.