I due «ex gemelli» dicono sì dopo una notte di trattative

da Roma

«Eleggeremo un buon candidato», dice profetico e sorridente Marco Follini appena entra nella Domus Mariae. La lunga trattativa andata avanti fino a notte fonda e ripresa all’alba si è finalmente chiusa, suggellata pure da una telefonata tra i due ex «gemelli». Una chiacchierata breve e formale in cui Follini e Pier Ferdinando Casini hanno convenuto sul nome di Lorenzo Cesa ma senza superare la freddezza degli ultimi tempi. Un’intesa nella quale un ruolo di primo piano ce l’ha tutta la componente «identitaria» del partito e, soprattutto, il siciliano Totò Cuffaro. E che lascia in disparte l’ala governativa, primo fra tutti Mario Baccini.
Un accordo che da una parte evita ai 313 membri del Consiglio nazionale di andare a contarsi sui due candidati in corsa (Erminia Mazzoni e Mario Tassone) dilaniando di fatto il partito. Ma che dall’altro non può che trasformarsi in un inatteso successo del segretario uscente, che - non è certo un caso - ci tiene a ritagliarsi il ruolo del «regista» davanti alla platea del Consiglio nazionale. È Follini che prima sottolinea la necessità di esplorare «altre soluzioni» e poi passa la parola a Cuffaro (sarebbe stato lui a mettersi di traverso minacciando di non votare nessuno dei due candidati) che lancerà la candidatura Cesa. È ancora Follini - lui che nel giorno dell’addio alla segreteria aveva definito la politica «una passione fredda, lucida e composta» - a urlare e sbraitare contro Rocco Buttiglione che vuole rimandare di qualche minuto la votazione sul segretario. È sempre Follini a gesticolare, accusare e insistere che si voti. Che si voti subito. E solo dopo che è lo stesso Cesa a salire sul palco per chiedere «cinque minuti di tranquillità», l’ex segretario decide di deporre le armi. Poi, neanche un’ora dopo, i festeggiamenti, gli applausi, gli abbracci. E la più autorevole delle investiture al suo successore. «Abbiamo eletto un segretario più bravo di quello che c’era prima», dice soddisfatto. Perché dalla sua parte della bilancia - dicono i suoi - pesa anche il fatto che «l’accordo non è stato determinato solo da Casini, come sarebbe stato se fosse passata la Mazzoni, ma è stato trattato con tutto il partito».
Il presidente della Camera, da parte sua, ottiene la «soluzione unitaria» che andava cercando da giorni. E se, arrivati a questo punto, è forse vero che avrebbe preferito alla segreteria la «sua» candidata (anche in vista delle inevitabili tensioni che accompagneranno la preparazione delle liste elettorali), non va dimenticato che è stato proprio Casini a «lanciare» per primo il nome di Cesa. Come pure che nel 2001 fu proprio il neosegretario a trattare su mandato del leader Udc le candidature del partito nei vertici di Palazzo Grazioli. Insomma, se Cesa è uomo vicino a Follini (gli rimase accanto anche durante la conferenza stampa in cui dava l’addio alla segreteria) lo è altrettanto a Casini. E non è un caso che ieri, neanche un’ora dopo la nomina, i due stessero a pranzo insieme in un ristorante a pochi passi dalla Camera.
Quelli che invece non sembrano proprio starci sono i ministri, soprattutto Carlo Giovanardi e Mario Baccini. Il primo sale sul palco e non nasconde il suo imbarazzo ricordando come la Mazzoni sia il candidato indicato dal «leader del nostro partito». Un’uscita che in molti leggono come eterodiretta da Casini, ma che Michele Vietti interpreta in modo un po’ diverso. «Certe volte - dice il sottosegretario - capita che alcuni avvocati invece di aiutare il loro assistito lo danneggino in buona fede». La mette giù dura Baccini, da sempre contrario alla candidatura di Cesa (l’aveva definita «non più possibile» solo un’ora prima). È lui il grande escluso dalle trattative notturne, di certo quello più irritato. Al punto che ai fischi della platea replica secco: «La prossima volta non ci metto molto a portarmi qualche amico in più». Alla fine, però, dovrà cedere, convinto dalle insistenze di Casini durante una telefonata a tre con lo stesso Cesa. «È una segreteria importante, ma - commenterà Baccini lapidario al termine del Consiglio - da domani dobbiamo stabilire le regole assieme per star bene».
La parola «scissione» non la usa nessuno, ma più d’uno dei delusi richiama alla mente il congresso del Nuovo Psi lasciando aleggiare sul partito un’aria un po’ sinistra. A stemperare i toni ci pensano Cuffaro e il suo ottimo umore: «Lo sapete come siamo fatti noi democristiani, cominciamo a mediare quando gli altri hanno finito di sperare. E poi la candidatura di Cesa è un’idea che mi ha dato Casini».