I due pensionati anti-borseggi che vivono sui bus

La storia di «Barba» e «Mauro»: «Abbiamo fatto arrestare centinaia di ladri, molti di loro quando ci vedono cambiano linea»

Diego Pistacchi

da Genova

Nomi in codice: «Barba» e «Mauro». Diversi, diversissimi, eppure così uguali. L’uno armato di bastone, l’altro di macchina fotografica. L’uno pronto al corpo a corpo, l’altro perfetto investigatore. Sono i due «angeli del bus» che a Genova arrestano più borseggiatori di polizia e carabinieri messi assieme. Anche se poi la gara non la fanno, perché i ladri li consegnano regolarmente a chi indossa una divisa e magari si riservano solo un ruolo da testimone chiave al processo. L’altra cosa che hanno in comune è il tempo a disposizione. Sono entrambi pensionati e per loro salire sugli autobus di Genova per dare la caccia ai borseggiatori è una sorta di missione.
«È da vent’anni che lo faccio - conferma Mauro -. Da quando hanno rubato il portafoglio a mia moglie. Ormai li conosco tutti e tutti conoscono me. Sono più che altro un deterrente: salgo, mi metto a fianco dell’autista e quando un ladro sale, mi vede, mi saluta persino e scende. Se invece arrivo che lui è già a bordo, capisce che deve lasciar perdere». Non è sempre però così semplice. E infatti Mauro ha con sé la macchina fotografica, vecchio modello, ancora con il rullino da sviluppare, ma ugualmente pronta a immortalare i malintenzionati in azione. «I romeni sono sfrontati, mi hanno anche aggredito, l’ultima volta tre giorni fa - si ribella l’angelo del bus che ha 55 anni e faceva il portuale -. Due zingarelle mi hanno preso per il collo e ho reagito. Ecco, questi sono i peggiori, mi hanno più volte minacciato di morte. E ho dovuto dire a mia moglie che ho smesso di lavorare».
Lavorare per lui significa fare il carabiniere ausiliario. E non si può certo dire che gli manchino le conoscenze della materia, oltre a un «fiuto» speciale per i delinquenti. «Ormai diventa più importante sventare i furti che catturare i borseggiatori - dice sconsolato -. Per il furto con destrezza non c’è neppure più l’arresto, ma solo la denuncia a piede libero. Certo che se mi aggrediscono, diventa rapina e la cosa cambia. Comunque io so anche dove andare a recuperare i portafogli rubati, so dove li buttano, così almeno le vittime possono riavere i documenti».
A casa, Mauro ha un vero e proprio archivio. «Sembra quello della scientifica», annuncia orgoglioso. E quando va a testimoniare ai processi, i giudici lo salutano prima ancora di entrare in aula. «Uno mi ha detto che meriterei una medaglia al valor civile», gonfia il petto. E la scelta di incastrare i borseggiatori con prove inconfutabili è in fondo anche un po’ forzata. «Mi hanno operato all’anca - ammette, subito prima di rivendicare però l’importanza della sua strategia rispetto a quella scelta dal “collega” -. Al “Barba” gliel’ho detto tante volte: non serve che ti agiti e strilli, o li aggredisci, poi passi dalla parte del torto».
Il «Barba» però non sembra preoccuparsi più di tanto dei consigli. La sua «carriera» è ugualmente ricca di soddisfazioni. Anzi, lui è in servizio permanente effettivo persino da più tempo. L’età non la rivela, ma i suoi anni si avvicinano alla settantina, pur se non li dimostra affatto. Anche perché, infilato in una cerata blu da pescatore, si presenta sempre armato del suo nodosissimo bastone. «Non sono certo io ad avere paura - afferma senza falsa modestia -. Che si avvicinino pure, se hanno il coraggio». Lui i borseggiatori li insegue. Qualcuno lo prende anche. «Più di qualcuno - aggiunge il Barba quasi offeso -. E chissà perché non mi denunciano mai». Il suo bastone è l’alternativa alla macchina fotografica. Anche il Barba è un habitué della questura, delle caserme dei carabinieri e ovviamente dei tribunali, dove però entra sempre dalla porta dei buoni. Con Mauro ha quasi un tacito accordo. Si dividono la città e gli autobus. Ma il percorso delle loro ronde resta un segreto. Quello che conoscono bene i borseggiatori è il loro viso. Che vale più di una divisa.