I due ragazzacci scoppiano ancora di salute

Sbarcano al Nuovo di Milano con vecchi sketch e satira politica Sempre irriverenti, anche sboccati, ma mai volgarmente faziosi

Cochi e Renato insieme fanno 140 anni, lo spettacolo con cui ieri sera hanno debuttato al Nuovo di Milano s’intitola Finché c’è la salute e, a occhio, c’è materia per almeno altri centoquaranta... Cochi di cognome fa Ponzoni, Renato di cognome fa Pozzetto, si conoscono da quando erano ragazzini, hanno fatto coppia artistica da giovani, hanno ripreso artisticamente a frequentarsi da quando si sono ritrovati anziani, che è poi il momento in cui si ritorna bambini: non devi dimostrare niente a nessuno e fai quello che ti pare. Finché c’è la salute, appunto.

Dei due, Cochi, che all’anagrafe fa Aurelio, è sempre stato l’intellettuale e infatti da solo ha fatto teatro e cinema d’autore: buone critiche, pubblico di nicchia. Renato aveva questa comicità lombarda profonda e un po’ cupa, su una faccia infantile che è poi esplosa sul grande schermo facendone a lungo un campione d’incassi. E però, ogni volta che vedevi uno, ti veniva da pensare che se ci fosse stato anche l’altro sarebbe stato meglio.
Per la prima al Nuovo c’era un pubblico trasversale; si andava dai loro coetanei settantenni, a chi ne ha appena una decina di meno, ma li collega sempre al fatto che loro erano già in tv quando lui andava ancora al liceo, e quindi lui era ragazzo, loro facevano parte dei grandi, e la situazione è ancora tale e quale... Poi c’erano i giovani, quelli veri, nati cioè quando Cochi e Renato come coppia non esistevano più da almeno vent’anni. Ridevano come se li avessero sempre visti, e quand’è così è inutile starci ad almanaccare sopra: è comicità senza tempo, è arte.

Cochi e Renato hanno tempi teatrali perfetti, si capiscono senza bisogno di guardarsi, ciascuno è la spalla dell’altro e si intuisce come dietro la leggerezza del tutto ci sia il demone del dettaglio e della perfezione. Il loro è un umorismo surreale, forse sarebbe meglio dire strampalato: parte in un modo e finisce completamente in un altro. Sembra non abbia alcun senso, invece è perfettamente comprensibile e ha una sua logica interna. Il tempo ha fatto del biondino Cochi, che da ragazzo sembrava un milordino inglese, un distinto signore dai capelli bianchi; il Renato un po’ sovrappeso della giovinezza è uno che poi ha ceduto alla bilancia, ma senza esserne mai completamente schiavo. Si compensano anche in questo, il poeta e il contadino di tanti anni fa.

Nel veder ripercorrere sulla scena una carriera, ma mettendoci dentro tante novità, chi sta in platea si sorprende del numero di gag, canzoni, modi di dire, gesti che sono di fatto entrati nell’uso comune. «La gallina non è un animale intelligente/ lo si capisce da come guarda la gente», «Nebbia in Valpadana/ calmi gli altri mari», «Eh la vita l’è bela, l’è bela/ basta avere l’umbrela, l’umbrela/ ci ripara la testa/ sembra un giorno di festa», «Questa è la canzone intelligente/ che farà cantar tutta la gente»...

Fanno satira politica, Cochi e Renato? Naturalmente sì. Ci sono un paio di battute su Berlusconi che valgono lo spettacolo. Una parla di un animale mitologico, di nome Veronica: ha il corpo di una donna e la testa di un cervo... L’altra è fulminante; dice Renato a Cochi: «Conosco una puttana. Ci porta a Arcore»... Ma ce n’è anche per Bertinotti, per la barca di D’Alema mandata a fondo con un trapano da Veltroni, per Vladimir Luxuria che s’è fatta una pence nel reparto macchine, per i clandestini timidi che pensano di trovare l’America in Italia, per i figli degli impiegati e per i figli degli industriali, per i gay e per il ministro Brunetta... È sempre irriverente, è anche sboccata, ma non è mai volgarmente faziosa: nasce dal gusto della battuta, dall’ingrandimento di un particolare, dal piacere irresistibile dello sberleffo. Se la politica fa ridere, non è mai colpa dei comici. Se i comici fanno politica, viene da piangere.

Sul palcoscenico c’è una band che suona dal vivo, la scenografia è un immenso ombrellone colorato, ci sono un paio di sedie, un tavolino, uno specchio con solo la cornice... Per due ore abbondanti Cochi e Renato riempiono il tutto d’invenzioni, canzoni, storielle. All’ennesima richiesta di bis, alzano le braccia sconsolati: «Ma non ce l’avete una casa?» chiede Renato. Finché c’è la salute, è meglio starsene in teatro. Non fa freddo, non si pensa al mutuo in scadenza e ci si illude che il tempo si sia fermato. Due ragazzi irresistibili.