I falsari smascherati dal Sismi

Mario Sechi

da Roma

L’inchiesta di controspionaggio sui falsari del Niger-gate è praticamente conclusa. Mancano alcuni dettagli, ma presto si capiranno tante cose che oggi sono avvolte in un gioco di fumo e specchi che serve soltanto a mischiare le carte. Il ministro della Difesa Antonio Martino tra le righe del suo intervento alla Camera l’ha fatto capire: «Esiste il fermo dovere giuridico e, per quanto mi riguarda, anche politico, di smascherare chi può aver voluto far risalire al nostro Paese ed alle sue Istituzioni responsabilità che essi non hanno e che vanno, invece, ascritte ad altri». Altri chi? Se lo chiedono insistentemente anche a Londra, a Downing Street 10 e soprattutto a Vauxhall Cross, sede dell’intelligence inglese, l’Mi-6. Mancano poche ore alla riunione del comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti di Sua Maestà e si preannuncia uno scenario ben diverso da quello che in queste settimane il partito anti «Tre B» (Berlusconi, Bush, Blair) porta avanti continuando a negare l’evidenza di un ruolo poco chiaro degli 007 francesi. Ignorando le smentite ripetute e circostanziate di Palazzo Chigi, della Casa Bianca, del Sismi, del Copaco, del National Security Council, dell’Fbi, del Senato americano, del rapporto della commissione indipendente britannica di Lord Butler, della Procura di Roma. Una pioggia di smentite che potrebbe avere il suo culmine quando saranno consegnate alla magistratura le prove recentemente acquisite dal Sismi. Sembra evidente che il novanta per cento del flusso di documenti sul Niger-gate proviene da un unico Paese europeo. E non è l’Italia.
Il Copaco presieduto da Enzo Bianco (Margherita) ha potuto toccare con mano parte di questi riscontri di intelligence e soprattutto i commissari di maggioranza e opposizione hanno visto con i loro occhi le informative del Sismi agli alleati sul caso Niger. Report che confutano punto per punto le ricostruzioni del partito mediatico anti «Tre B» che in Italia ha il suo megafono in Repubblica. In tandem con i blogger e la corazzata mediatica liberal americana, ieri è apparsa un’altra puntata del feuilleton la cui trama subisce più aggiustamenti di una telenovela sudamericana. L’ultima versione (che rilancia quanto scritto il 7 novembre scorso dal sito web americano http://www.theleftcoaster.com/archives/005952.php#1) vedrebbe un coinvolgimento del Sismi nello «sbianchettamento» di firme e nel rifacimento di documenti sul traffico d’uranio dal Niger all’Irak. Fra le «prove», si cita una lettera del 30 luglio 1999 in cui il ministero degli Esteri nigerino parla di accordi con l’Irak raggiunti poi a Niamey il 29 giugno 2000, un anno dopo. Chiaramente un falso, sia per la data, ma anche per la firma, in quanto il signor Nassirou Sabo nel 1999 non era ancora ministro. Secondo questa ricostruzione la missiva falsa era già nelle mani del Sismi. Non è vero.
Le carte mostrate al Copaco raccontano un’altra storia e aprono un inquietante scenario. Quella lettera falsa il Sismi non l’ha mai avuta. Era nella disponibilità, invece, dei servizi segreti francesi e del loro agente Rocco Martino fin dall’autunno del 2000. Erano solo e soltanto le barbe finte della Dgse a custodire l’intero carteggio taroccato tra l’ambasciata nigerina di via Baiamonti a Roma e l’Irak. Una parte di quelle lettere passerà dalle mani di Martino a quelle della giornalista di Panorama Elisabetta Burba e da quest’ultima, il 9 ottobre del 2002, all’Ambasciata americana a Roma. Solo in seguito, quando l’Agenzia atomica internazionale certificherà l’inattendibilità del materiale, il Sismi scoprirà che quel carteggio - costruito su informazioni in parte vere - è in realtà un bidone. È il 3 marzo del 2003 e prima di allora a Forte Braschi nessuno sapeva che quel dossier, emerso alla fine del 2002, era falso.
Ripetiamo. Nelle informative del Sismi alle strutture di intelligence degli Alleati non si fa mai riferimento alla lettera del 30 luglio 1999 perché quella lettera il Sismi non la conosceva. Circostanza facilmente riscontrabile in quanto è agli atti dell’inchiesta della Procura di Roma. Non solo, il pm Franco Ionta ha potuto indagare anche sull’attività del Sismi prima dell’arrivo del direttore Nicolò Pollari. E cioè quando gli 007 con le stellette erano sotto la guida operativa dell’ammiraglio Gianfranco Battelli e a Palazzo Chigi governava il centrosinistra. Occhio alle date. Il 21 settembre del 2001 il Sismi informa la Cia sulla circolazione di «notizie» - non di lettere - su traffici d’uranio segnalati anche da altre agenzie di intelligence. Il report viene mostrato al field officer della Cia a Roma che dunque, come invece si vuol far credere per sostenere la tesi della complicità italiana, non visiona assolutamente un dossier sulle lettere taroccate.
L’informativa, attraverso le varie procedure, arriva a Washington il 15 ottobre del 2001, cioè quando nel frattempo a Forte Braschi Pollari subentra a Battelli. Un «dettaglio» che non fa comodo - e per questo viene omesso - al partito che sostiene il coinvolgimento del governo Berlusconi nel caso Niger. A proposito di Pollari, dopo aver versato fiumi di inchiostro, Repubblica aggiusta il tiro per l’ennesima volta: il direttore del Sismi non è più l’uomo nero che si sarebbe prestato a costruire la falsa pistola fumante per gli Stati Uniti, bensì la vittima di «qualche furbastro» della sua struttura. Non si parla più del famigerato incontro «segreto» a Washington con Stephen Hadley («Pollari andò alla Casa Bianca per offrire la sua verità sull’Irak». Repubblica, 25 ottobre 2005). Una per una le «prove» si volatilizzano, un castello di carta che non riesce proprio a stare in piedi.
Ma c’è di più. Il Sismi - che come ha dovuto ammettere anche l’opposizione, non ha mai sostenuto che in Irak ci fossero armi di distruzione di massa - nell’ultima informativa del febbraio del 2003, raccomanda alla Cia massima prudenza, perché tutti gli elementi vanno attentamente verificati e condivisi. Anche questo «particolare» viene omesso nelle ricostruzioni a una dimensione, dove invece il ruolo della Francia è costantemente «oscurato» quando in realtà, per il solo fatto di esser il datore di lavoro del «postino» delle lettere, è quantomeno «oscuro». Eppure si arriva a sostenere che quando gli 007 di Parigi prendono visione delle lettere contraffatte, le cestinano immediatamente. Altro falso. I francesi quelle corrispondenze se le tengono nel cassetto e non le smentiscono mai, se non alla vigilia della guerra. Troppo tardi. Ma forse non è tardi per scoprire chi bara e chi gioca d’azzardo nella roulette del Niger-gate. Rien ne va plus.
Gian Marco Chiocci
Mario Sechi