I fantasmi di Mani pulite si vendicano dell'ex pm

Proprio l’uomo che da ex magistrato diede inizio alla "resa dei conti"
contro il Palazzo, oggi si ritrova alle prese coi fantasmi di Mani
Pulite

I giornali di oggi devono essere stati la consolazione di tutti i socialisti, di molti comunisti tradizionali, di gran parte degli esponenti del Pd, di D’Alfonso, di Del Turco e di quanti sono stati vittime per quindici anni e, nel caso del Pd, negli ultimi sei mesi, del ricatto morale di Di Pietro. Al grande moralista, al giustizialista, al distruttore dei partiti sono arrivati in casa, in famiglia e dentro il partito. Gli hanno indagato il figlio, hanno accusato di rapporti di camorra e di mafia i suoi compagni di partito Nicola Marrazzo e Americo Porfidia, estendendo i sospetti anche su altri esponenti dell’Italia dei Valori. Insomma, sembra iniziato lo stesso percorso che portò da Tognoli e Pillitteri (quest’ultimo cognato di Craxi) a Craxi stesso.

Un conto alla rovescia? Certamente una strana coincidenza nella quale giocano analoghe parti famiglie e famigli. Ma fino a ieri ciò che poteva destare perplessità era la disparità di trattamento tra il povero Mautone, probabilmente innocente e ricattato (o, per lo meno, tenuto sulla corda, tra richieste e trasferimenti), e Cristiano Di Pietro che ne chiedeva e otteneva i favori. Anche qui la storia si ripete. In particolare, e sempre con il teatro di Napoli, occorre risalire al 1992, quando furoreggiava il Di Pietro magistrato, e i suoi colleghi napoletani arrestarono Vito Gamberale e chiesero alla Camera l’arresto di Giulio Di Donato, importante rappresentante del Partito socialista (forse il numero tre), tra i delfini di Craxi. Delfino per delfino non si riusciva a capire perché con intercettazioni tanto esplicite all’arresto di Mautone non dovesse corrispondere, se non l’arresto (dopo tante nostre battaglie garantiste), l’avviso di garanzia per Cristiano Di Pietro.

Le situazioni erano pressoché identiche. Gamberale fu arrestato per avere accolto la richiesta di Di Donato di assumere tre dipendenti. La decisione del tutto lecita fu intesa come clientelare, come prova di un voto di scambio, e in Parlamento si discusse la grave responsabilità di Di Donato, che da quel momento iniziò a essere messo fuori gioco. In pochi lo difendemmo in Parlamento, ma fu subito evidente che Gamberale poteva essere soltanto una vittima, avendo forse esaudito una richiesta di non particolare entità. Apparve così enorme l’errore, che pure comportò qualche mese di carcere e gli arresti domiciliari per Gamberale, che, a difenderlo, intervenne perfino (episodio rarissimo, se non unico) il naturale protettore dei magistrati (anche per tutelarsi da accuse che lo avrebbero sfiorato, come i fondi neri del ministero degli Interni), Oscar Luigi Scalfaro.

Oggi nessuno difende Mautone, ma fino a ieri i distinguo sul robusto Cristiano tentavano di minimizzare la sua pressione in forza del padre evidente. Cristiano mangia ma non pensa. E, nelle richieste a Mautone, fintamente festoso e collaborativo, si avverte la consapevolezza della posizione di forza cui corrisponde un desiderio di compiacere non spontaneo. Ricordo il passaggio nelle intercettazioni, esplicitissimo, in cui Mautone dice a Di Pietro junior: «Per quella persona che mi hai segnalato è fatta: l’abbiamo assunta. Ma non gliel’ho ancora detto perché voglio che tu abbia la gioia di poterglielo comunicare direttamente affermando con ciò il tuo merito. Per l’altra stiamo lavorando, ma credo che andrà tutto bene». E così via.

Sono le stesse ragioni per cui Gamberale fu arrestato e mortificato, sua figlia, come ha testimoniato in libri commoventi e bellissimi, è arrivata al limite dell’anoressia, e tutto il mondo ha visto il trionfo della magistratura contro il socialista corruttore e immorale Giulio Di Donato. Non era vero. Era un’esagerazione, ma era la cultura che era stata diffusa in quei giorni e poi maturata negli anni del trionfo di Di Pietro. Che, in tempo di uomini deboli, di democristiani sfuggenti, di socialisti rampanti, non fu strumento di nessuno, come qualcuno ancora pensa, ma affermò in modo barbaro e violento una rabbia contro il potere realizzando la tanto desiderata, ma politicamente mai compiuta, vendetta contro il Palazzo. Quel populismo ha generato mostri che tardano a morire. E travagli vari. L’inchiesta di Napoli travolge, sul piano morale, proprio l’uomo che diede inizio alla stagione di una resa dei conti con il potere politico, il potere economico. Di Pietro, rigenerandosi dentro il potere, ne riproduce i caratteri e i vizi e, dopo quindici anni, diventa lo specchio di Craxi. La storia si ripete e in casa sua si scopre il ritratto di Dorian Gray.