I fantasmi di Prodi sul caso Moro

Luigi Amicone

«Il nome Gradoli mi fu rivelato dagli spiriti di don Sturzo e La Pira». Questo è il succo del romanzo raccontato alla Commissione Moro dal leader dell’Unione. Che come è noto disse di aver appreso quel nome (la via di Roma sede di un covo delle Br durante il sequestro Moro) da un piattino che correva sul tavolo di una seduta spiritica. Davvero incomprensibile perciò la ragione per cui lo staff del Professore si adombra e minaccia querele al presidente della Commissone Mitrokhin che ha rievocato la circostanza e invitato Prodi a vuotare finalmente il sacco.
Ha ragione Paolo Guzzanti ad accogliere con «profonda soddisfazione» la promessa di Romano Prodi di portarlo in tribunale. Guzzanti si troverebbe in buona compagnia e forse questa volta il Professore sarebbe costretto a rispondere alla domanda proposta sul Foglio di Giuliano Ferrara da Luigi Locatelli all’epoca in cui era direttore di Raitre. «Chi informò Romano Prodi della presenza dei rapitori di Moro nel covo di via Gradoli e per quale motivo si dovette ricorrere all’espediente della seduta spiritica per giustificare l’origine della notizia?». D’altra parte il tribunale che dovesse esaminare le «bugie e le insinuazioni» di Guzzanti, dovrebbe esaminare anche l’ex senatore Pci Sergio Flamigni, il più prolifico e accreditato storiografo della sinistra sul caso Moro. Il quale ha sostenuto che «certo, resta il problema di sapere chi può avere insufflato il nome Gradoli, perché il piattino facesse quel nome. Naturalmente qualcuno di quelli che era seduto al tavolo già sapeva» (Tempi, 20 maggio 1998). E poi il tribunale nel quale è auspicabile che Prodi trascinasse il presidente della Mitrokhin, dovrebbe prendere visione della bozza di relazione sulle stragi e il terrorismo presentata dal presidente della commissione parlamentare Giovanni Pellegrino nel 1995. Bozza in cui si sostiene che l’indicazione di Gradoli era filtrata dagli ambienti dell’Autonomia bolognese e la seduta spiritica non era altro che un «trasparente espediente di copertura della fonte informativa». Dovrebbe inoltre sentire Giulio Andreotti, che davanti alla Commissione nel 1997 disse «non credo alla storia di Gradoli a cui si arrivò con la seduta spiritica. Quell’indicazione venne dall’Autonomia operaia di Bologna. Non lo si disse per non dover inguaiare qualcuno». E dovrebbe prendere atto della dichiarazione dell’onorevole Flaminio Piccoli, «la storia della seduta spiritica è stata una vergogna» (cit. in Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 18ª seduta, giovedì 15 maggio 1997). Infine, il collegio giudicante l’eventuale causa Prodi vs Guzzanti, dovrebbe anche acquisire agli atti processuali la testimonianza (già agli atti delle Commissioni parlamentari sul caso Moro) di Giancarlo Ghidoni, avvocato di importanti esponenti dell’Autonomia di Bologna, secondo il quale «Gradoli era una parola che nell’ambiente di Autonomia Operaia si sussurrava. L’organizzazione all’epoca del sequestro Moro premeva perché lo statista non fosse ucciso e fosse liberato.
Una persona, di cui non posso ovviamente rivelare il nome, mi disse: «Hanno detto che Moro è a Gradoli». Intendeva proprio il paesino del viterbese dove andarono a cercare Moro, non la via romana con lo stesso nome. Evidentemente le informazioni che aveva erano parziali». Parziali e provenienti dagli stessi spiriti, evidentemente, di quelli evocati da Romano Prodi.