I fari anabbaglianti? Una storia cominciata al Gianicolo 43 anni fa

Autunno 1965. Al crepuscolo, sui tornanti del Gianicolo, l’inconfondibile rumore del motore di una Fiat 500 sotto sforzo precede l’apparizione dell’utilitaria: arranca sui tornanti, a sua volta preceduta dal fascio di luce dei fari. Fari che non danno nell’occhio, letteralmente. Nel senso che non abbagliano, come invece era tipico in quegli anni. Però le coppiette a spasso, in quella sera umida di 43 anni fa, notano comunque qualcosa di strano. La luce è verdastra. Il fascio punta sull’asfalto. E i fari della piccola cinquecento non sembrano quelli originali. Infatti non lo sono.
Alla guida c’è Fedele Lanzi, un creativo dipendente della Simaplast, società romana che lavora materie acriliche. Lanzi, originario dell’Umbria ma ormai radicato nella capitale, va in giro in 500 con un suo amico per sperimentare la sua ultima invenzione. Che è, appunto, un «dispositivo anabbagliante per fari di veicoli», come recita l’oggetto del brevetto depositato la mattina del 21 dicembre di quell’anno. Lanzi, lavorando metacrilato e moderne plastiche, alla fine dell’estate ha avuto - è il caso di dirlo - un’illuminazione. Produrre dei fanali «direzionali», delle lenti che convoglino la luce, impedendo di abbagliare i veicoli quando li si incrocia e «diffondendo» meglio il fascio dei fari sulla strada.
Non gli ci vuole molto per produrne un prototipo, applicandolo con il nastro adesivo alla sua piccola Fiat. Fino a quando, con un amico, il nostro inventore non passa alla prova pratica gironzolando tra la statua di Garibaldi e il Bambin Gesù. Il test su strada è un successo, i fari illuminano la strada, e non le altre automobili, fino a quando la pioggia ha la meglio sull’innovazione tecnologica, scioglie la colla del nastro adesivo e lascia ingloriosamente cadere per terra i «prototipi». Poco male. L’esperimento ha funzionato. Ne è convinto anche il titolare della ditta per cui Lanzi lavora, Gaetano Clementi, che entusiasta dell’invenzione del suo dipendente decide di finanziargli, a fondo perduto, la registrazione del brevetto. Non una cosa da poco: 350mila lire dell’epoca, per coprire spese e tutto.
A dicembre del 1965, come detto, il brevetto viene depositato. Nove pagine, con una tavola di disegni per spiegare il funzionamento di questa «lente piano-convessa a lunga focale». E l’invenzione piace anche alla Carello, l’azienda che, all’epoca, monopolizzava il mercato. «Ci vedemmo in un bar di via Veneto - ricorda oggi Lanzi - per un aperitivo di lavoro. Parlammo del progetto e gli ingegneri della Carello mi dissero che erano molto interessati, si guardavano stupiti e commentarono che “avevo scoperto l’uovo di Colombo”. Presero una copia di tutto e poi mi salutarono con un “le faremo sapere”. Ma più di quarant’anni dopo io sto ancora aspettando».
Passano gli anni, cambiano le automobili. E oggi che i fanali concettualmente somigliano molto a quelli di quel lontano brevetto, Lanzi ora ha un solo rammarico. «Ovviamente mi sarebbe piaciuto guadagnare qualcosa per la mia idea, visto che il tempo ha dimostrato che era valida. Ma il brevetto ormai è scaduto, e purtroppo la tutela della proprietà intellettuale nel nostro Paese forse è perfettibile: nessuno mi ha mai chiamato per chiedermi di rinnovarlo, anche se bastava una piccola modifica per prolungarne la scadenza. Pazienza: ora a 72 anni mi godo la pensione, e l’unica cosa che vorrei davvero è il riconoscimento di aver aperto la strada a un’innovazione importante nel mondo dell’automobile», sospira l’inventore. «È come per Meucci e Bell. L’italiano inventa il telefono, l’americano se ne prende i meriti. Alla fine però proprio gli Usa hanno riconosciuto che il lavoro di Meucci era stato essenziale. Una piccola soddisfazione, anche se solo morale, non mi dispiacerebbe».