I farmacisti iniziano la serrata E Bersani li scarica alla Turco

Il ministro: «È lei che si occupa della Sanità». Il Garante: in serio pericolo la salute dei cittadini

Emiliano Farina

da Roma

Bersani prova ad addolcire la vertenza passando la patata bollente al ministro della Sanità ma Federfarma conferma comunque la serrata di oggi. Uno sciopero forse evitabile, così come erano evitabili quelli del 19 e del 26.
Al vertice di lunedì scorso - il primo vero incontro che avrebbe potuto scongiurare le tre astensioni e inaugurare il dialogo tra governo e farmacisti - si poteva tranquillamente discutere di medicinali così come di un qualsiasi altro prodotto. Se l’avessero saputo prima, i rappresentanti di Federfarma - l’associazione nazionale di categoria che tratta farmaci e non «prodotti» - probabilmente si sarebbero risparmiati minacce, serrate selvagge e disagi ai cittadini. Invece l’hanno saputo tre giorni dopo (ieri), quando davanti alle commissioni congiunte Bilancio e Finanze della Camera, il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, ha comunicato di occuparsi soltanto di «prodotti, concorrenza ed economia». E non di farmaci. «I titolari di farmacie sono soggetti di profilo sanitario ed economico - spiega - io li ho incontrati (era il sottosegretario Paolo Giarretta, ndr) come soggetti economici e ho discusso di prodotti da banco e all’ingrosso». Poi il ministro ha indicato ai farmacisti il portone «giusto» dove andare a bussare. «Parlatene con la Turco: è lei che si occupa degli aspetti sanitari». Immediata la reazione dei farmacisti che, oltre alle serrate, minacciano di sciogliere la convenzione con il Sistema sanitario nazionale. L’associazione ha inviato a ogni associato un modulo per disdire gli ordini di medicinali da banco alle case farmaceutiche. «Basta con questo gioco al rimpiattino - sbotta Giorgio Siri, presidente di Federfarma - si mettano d’accordo e ci chiamino. Se la questione riguarda la sanità, e quindi la Turco, ci riceva lei e ci spieghi cosa intende fare».
E Livia Turco spalanca subito le porte del suo ufficio ai farmacisti. Ma solo a una condizione: la revoca dello sciopero di oggi. «Sono pronta al dialogo sin da domani mattina (oggi, ndr) - assicura il ministro - e invito Federfarma a considerare i danni che la protesta a oltranza causerebbe alla salute dei cittadini».
Questo dei «mediatori» è un film già visto nella vertenza appena conclusa coi tassisti in cui il sindaco di Roma, Walter Veltroni, aveva fatto da paciere. Ora è il turno della Turco. Se da una parte la disponibilità del ministro della Sanità non ha evitato la serrata, dall’altra ha aperto uno spiraglio per i prossimi giorni. «Prima di sospendere gli scioperi vogliamo sapere in cosa consiste questa “disponibilità”», ribadisce Franco Caprino, segretario dell’associazione dei farmacisti. Federfarma annuncia che stamattina alle nove riunirà il consiglio di presidenza. E si dice disposta a incontrare la Turco e rivedere i termini della protesta. Ma in cambio chiede «una contropartita che finora non c’è stata: non diventeremo l’unico Paese al mondo dove la farmacia viene separata dal farmacista».
In tutta questa baraonda, il Garante sugli scioperi ha segnalato ufficialmente alla Turco che «la protesta a oltranza dei farmacisti mette in serio pericolo la vita e la salute dei cittadini». Per Siri si tratta di «un atto intimidatorio perché «l’apertura di 1.500 farmacie di turno è garantita». Il Codacons chiede alla Turco di «sospendere le licenze ai farmacisti che scioperano». Federfarma sanzionerà alcune farmacie di Trento, Bologna, Firenze, Prato e Sassari colpevoli di non aver aderito alla protesta nei modi concordati.
Alle proteste di tassisti, avvocati, panificatori, farmacisti e commercialisti, si aggiungono anche i ventimila dell’associazione nazionale dentisti italiani (Andi) e quelle del sindacato delle agenzie ippiche (Snai) che chiede un incontro col governo sulla situazione del comparto alla luce del pacchetto sulle liberalizzazioni. Nel frattempo Bersani, dopo l’approvazione in Senato, invita i parlamentari ad approvare il decreto in seconda lettura «così com’è», in modo da evitare la terza lettura a Palazzo Madama e convertirlo subito in legge.