Prima i fasti, poi la decadenza (e i fantasmi)

Bella, proibita e, forse, pure maledetta. La storia di Villa Manzoni non è solo quella dei suoi mosaici e delle altre vestigia pompose della Roma che fu, del rispetto ossequioso dei vicini per i vecchi proprietari e della censura taciturna verso i nuovi arrivati, ma si intreccia e si lega alla fama ambigua di chi l’ha progettata e ai riti oscuri che, così si dice, l’animavano negli anni dell’abbandono.
Sulla stessa collina che oggi costeggia la via Cassia, a due passi dal parco di Vejo, l’imperatore Lucio Vero fece costruire un’enorme residenza e la elesse a sede privilegiata dei suoi eccessi, celebrazioni pagane dei mille piaceri della vita. Al complesso monumentale, caduto in rovina sotto la frustra spietata del tempo, ridiede splendore nel 1924 il progetto di Armando Brasini, l’architetto alchimista e massone del ponte Flaminio, intorno alla cui figura «maledetta» i racconti e le leggende si sprecano. Il mandato era firmato da Gaetano Manzoni, il nipote del ben più noto Alessandro, che sui ruderi dell’originaria costruzione fece realizzare un enorme complesso in mattoni e tufo, un casino nobile da 3mila metri quadri, il villino del giardiniere e le stalle. Ma Gaetano Manzoni l’abitò per soli quattro anni, dal 1933 al 1937, quando morì senza lasciare un erede. La villa, allora, riprese la sua lenta decadenza: divenne un ristorante e un locale notturno, prima di essere ceduta all’Inpdai, che tra inerzia e trascuratezza l’ha abbandonata al suo destino.
Tutti i giovani di Roma nord, e non solo loro, iniziarono a frequentarla durante la notte per improvvisare sedute spiritiche, attratti dai suoi bizzarri dipinti e i suoi inquietanti altarini. Dicevano fosse infestata, e le ragazze si stringevano. Giuravano che dai suoi giardini di sterpaglie altissime e alberi minacciosi avessero udito urla inquietanti e rumori di catene, e le ragazze si stringevano ancora di più. Ma la ruspa degli affari schiacciò la superstizione e un colosso americano la comprò per specularci sopra. «Yankees go home», fu la scritta che qualcuno vergò a lettere cubitali sui muri della residenza, interpretando i malumori di chi non voleva perderla. Arrivò Veltroni, salvifico, che colse il malessere dei residenti e, al termine di una visita del marzo 2003, dichiarò: «I romani avranno questa villa, farò di tutto perché diventi un luogo pubblico: la nostra città merita un gioiello così». Sappiamo com’è andata a finire.