I fatti separati dalle immagini

Che la televisione stia diventando la grande cassazione della realtà (vedo una cosa in televisione, dunque esiste) o se volete il San Tommaso dei nostri giorni (vedo una cosa, ci credo) è una banalità che in tristezza è superata solo dal fatto che ci siamo abituati. Nella pubblica opinione, ormai, la mera conoscenza è l’inconscio mentre l’immagine è il conscio: l’informazione non supportata da immagini è solo una verità in attesa di giudizio, la registriamo con riserva, resta nell’anticamera della nostra consapevolezza. In questi giorni sta circolando il video clandestino di una donna maltrattata in un carcere della Malesia: ed ecco di colpo esistere la questione dei diritti civili in quel Paese, stai a vedere che ciò che in potenza stra-sapevamo tutti benissimo (perché ce lo raccontano tutti i giorni Amnesty international, Nessuno Tocchi Caino, Human Right Watch) d’improvviso diventa vero: anche se lo era già. Normale? È un ordinario pretesto per poterne finalmente parlare? Neppure: perché le immagini, ieri, rimbalzavano sull’homepage del primo quotidiano italiano ma bastavano a se stesse, l’immagine era solo l’ordinario pretesto per mettere l'immagine stessa. Nessun articolo vero a supporto, nessun approfondimento, nulla che ci raccontasse qualcosa di più circa un Paese dove i boia sono pagati a impiccagione, a frustata, a percossa con canna di bambù. Vorreste saperne ancora? Mancano le immagini.