I favolosi anni Sessanta di Savary

A 20 anni da «Cabarte» ecco «Vita d’artista raccontata a mia figlia»

Laura Novelli

La voglia di costruire un dialogo fecondo e poetico con le nuove generazioni; la voglia di trasmettere qualcosa di sé a chi ci sopravviverà e ci ricorderà domani; la voglia di rievocare un passato che diventi eredità, valore, storia senza tempo: sembra questa la molla propulsiva determinante che ha spinto il grande attore/autore/regista Jérôme Savary a realizzare uno spettacolo di parole, musica, canzoni, magia e numeri circensi in cui recita accanto alla sua giovane figlia Nina.
Il lavoro, intitolato «La vie d’artiste racontée a ma fille» e atteso al teatro Argentina per questa sera, segna anche il ritorno di Savary a Roma a distanza di quasi vent’anni dal suo celebre «Cabaret». Vent’anni di esperienze artistiche e umane - tra cui appunto la paternità e il confronto costante con i giovani d’oggi - che si traducono qui essenzialmente in una tessitura agrodolce di confessioni, spiegazioni, nostalgie, materiali, riferimenti diversi sospesi abilmente tra gioco e realtà, toni lievi e sfumature dolenti. «Racconto i pazzi anni Sessanta, Settanta - afferma il regista - e l’inizio degli anni Ottanta. Rievoco il maggio del ’68 con i suoi momenti eccitanti, i Beatles, Cat Stevens e David Bowie (...). Billie Holiday che cantava in un cheeseburger alla fine di Brooklyn. Kerouak e Coltrane che si detestavano e si amavano al tempo stesso. Rievoco l’Argentina e la sua malinconia, Buenos Aires e il suo tango, la pampa dove sono nato».
Ma questo crocevia di ricordi e passioni personali non vuole essere e non è un monologo, un one-man-show. Piuttosto: un dialogo a due (padre e figlia sono gli unici interpreti in scena) che, certamente non scevro da accenti autobiografici forti, rivolge lo sguardo prima di tutto al mondo e alle sue contraddittorie follie: «Tutto ciò raccontato ad una ragazza, la mia, che a vent’anni non ha conosciuto le carezze se non attraverso il lattice e che vive in un mondo eroso dalla crisi economica e dalla disoccupazione».
Fondamentale si prefigura dunque l’apporto del pianista Gérard Daguerre, che ha scritto le musiche originali, e dell’orchestra P.O.C.O. che le esegue dal vivo, assecondando la vivacità di un affresco umano dove Savary si conferma ancora una volta saltimbanco istrionico e irrefrenabile, capocomico raffinato ed estroso. E forse non è un caso che questa produzione evochi - idealmente - una figura straordinaria come quella di Charlie Chaplin. Alla fine della sua carriera, Chaplin sognava infatti di recitare con la sua secondogenita, Victoria, e aveva già predisposto un film. Poche settimane prima delle riprese, però, Victoria fuggì con un uomo e quella pellicola-testamento non fu più realizzata. «Chaplin allora - conclude l’attore - affondò nella malinconia».
Repliche fino al 15 aprile. Informazioni: 800.013.390.