I favori dei pm a Gianfranco, indagato per un giorno solo

Altro che gogna mediatica e fughe di notizie: per il presidente della
Camera l’inchiesta più segreta e veloce della storia. Aperta e chiusa in
meno di 24 ore

«Le nostre risposte sono nelle carte processuali e negli atti che abbiamo raccolto. Quando cadrà il segreto istruttorio le domande a noi rivolte troveranno risposta». Così ha replicato la procura di Roma alle dieci domande rivolte giovedì dal Giornale sulle lacune, a nostro avviso gravi, nell’inchiesta più rapida e «riservata» della storia giudiziaria capitolina. Ora che il segreto istruttorio è caduto, oltre a non trovare risposte alle prime nove domande (concernenti l’improvvisa decisione di ritenere di competenza civile questioni a lungo affrontate perché ritenute d’interesse penale) siamo costretti a formulare un’altra domanda rispetto all’ultima, delle dieci, che avevamo posto provocatoriamente a proposito del diverso trattamento riservato all’indagato Gianfranco Fini, rispetto all’indagato divenuto subito «pubblico» a Roma, Silvio Berlusconi, per i diritti Mediaset. Perché oggi apprendiamo che Fini è stato indagato, sì, ma solo il giorno in cui i pm hanno chiesto anche l’archiviazione.

Possibile? Più che possibile, è certo. Certificato dall’atto di iscrizione datato 26 ottobre 2010 a firma del procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani. Ma che senso ha una decisione del genere? Trattasi di «cortesia istituzionale» riservata a una persona informata sui fatti monegaschi che per quel che avrebbe potuto dire a verbale, come testimone, rischiava magari di finire indagato? Ed è anche questo il motivo per il quale il signor Gianfranco Fini non è stato preso a verbale a differenza del coindagato Pontone? Oppure ha il senso di mettere al riparo il presidente della Camera da una possibile fuga di notizie (non nuova negli uffici di piazzale Clodio allorché sott’inchiesta ci finiscono esponenti del centrodestra, vedi caso P3) che lo avrebbero portato a divenire un’«anatra zoppa» non più in grado di reggere alla pressante richiesta di dimissioni, richiesta da lui stesso sollecitata, ad esempio il 27 luglio, per l’indagato «pitreista» Denis Verdini. Eppoi, da profani del diritto quali siamo, che senso ha contestare a Fini e a Pontone la truffa «in concorso», senza pensare di contestarla anche al protagonista principe dell’affaire immobiliare che ha concorso insieme al cognato eccellente a svendere a non più di un terzo del valore l’immobile donato ad An dalla contessa Anna Maria Colleoni? Parliamo ovviamente di Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta.

L’uomo che non si sa come seppe di quell’appartamento a Montecarlo, che propose a Fini di venderlo alla società off-shore Printemps, che fissò (o almeno comunicò) il prezzo a Fini che a sua volta lo sottopose all’attenzione dei suoi fedelissimi, che andò a vivere proprio in quell’appartamento dove è in affitto con un contratto che ha la medesima firma dalla parte del locatario e del locatore. Per non dire poi dei riscontri arrivati da Santa Lucia.
È ormai tutto chiaro, limpido, solare. I magistrati non potevano, obiettivamente, fare di più. Con la scusa del nuovo partito faccia un beau geste, lasci la poltrona e dica nuovamente a suo cognato di lasciare la casa che fu della contessa e degli iscritti del suo ex partito.

GMC - MMO