I faziosi della memoria

Il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro nel 1978, sarà d’ora innanzi, per volontà del Parlamento, un giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo. Bene. Ma a questa decisione si è arrivati dopo una desolante contesa politica sulla data: contesa nella quale si sono come al solito distinti, per faziosità, i partiti comunisti che stanno con un piede nella coalizione di governo - e sulle auto blu - e con l’altro sulle barricate: a far compagnia - sia pure avanzando qualche distinguo - al no global Francesco Caruso, guappo della rivoluzione.
Cosa c’era di sbagliato nel 9 maggio? A lume di buon senso niente. L’assassinio del leader democristiano fu l’estrema sfida delle Brigate rosse allo Stato: e non alla Democrazia cristiana ma alla democrazia italiana. Lo sterminio dei cinque uomini della scorta attestò il disprezzo di quel commando sanguinario per la gente del popolo nel cui nome pretendeva di poter parlare. Per qualche tempo si placarono o si affievolirono le divisioni di parte, l’esigenza di sconfiggere la sinistra armata trovò riconoscimento e sostegno pieno nel Pci di Enrico Berlinguer. Momenti di solidarietà nazionale - non per caso essa divenne una formula politica - paragonabili a quello che seguì il sacrificio di Moro l’Italia ne ha visti pochi, nel dopoguerra.
Insomma, i motivi per innalzare il 9 maggio di via Caetani a simbolo d’una cupa stagione della vita nazionale c’erano tutti, e infatti sono stati compresi sia nell’opposizione sia in una parte della maggioranza. Ma rimane il fatto che al governo del Paese c’è un pugno d’uomini indecisi a tutto. O se preferite - per rifarci a una vecchia battuta - buoni a nulla e capaci di tutto. Dunque capaci anche di dare connotazioni faziose proprio a una memoria che acquista valore solo se condivisa.
Ripeto l’interrogativo. Cosa c’era di sbagliato nel 9 maggio? La risposta è semplice. Per gli indemoniati dell’ideologia c’era, di sbagliatissimo, l’impossibilità di adattare la fine atroce di Moro agli schemi di cui la sinistra s’è fatta portatrice per decenni. Non reggeva, per Moro, la contrapposizione tra lo Stato - esso stesso terrorista in essenza, con le sue istituzioni deviate - e la società degli onesti e dei progressisti. Perché Moro era lo Stato, così come Guido Rossa era il popolo, e i «giustizieri» Br avevano immolato sia l’uno sia l’altro sull’altare dei loro deliri. Un ripensamento degli anni di piombo che abbia per figura emblematica lo statista democristiano preclude tutta una serie di deduzioni e illazioni in forza delle quali viene riproposta - lo è sempre - la teoria del doppio Stato e della comprensibilità - quasi legittimità - delle mattanze brigatiste.
Maurizio Acerbo, deputato di Rifondazione - il partito che con i comunisti italiani non ha votato in favore del 9 maggio - lo ha enunciato esplicitamente. «Il terrorismo di sinistra fu una reazione all’attacco di pezzi deviati dello Stato cominciato proprio con la bomba di piazza Fontana. Per questo, se vogliamo individuare una data simbolo, non può essere che il 12 dicembre». È lì che volevano arrivare. A un giorno che consentisse di risfoderare le più stantie polemiche, e di mettere sul banco degli imputati lo Stato, e sullo scanno del Pm o del giudice i brigatisti rossi, e soprattutto i loro simpatizzanti d’antan e attuali. Sembra quasi che l’esplosivo per la strage di piazza Fontana l’abbia messo Aldo Moro o magari qualcuno dei tutori dell’ordine che la P38 e i mitra brigatisti sono andati via via abbattendo.
Doverosa dunque, a mio avviso, la scelta del 9 maggio. Ho invece qualche perplessità su questo rincorrersi di giornate della memoria e di targhe stradali apposte e tolte, in un giuoco dell’odio che è davvero scoraggiante. La memoria è nel cuore.