I fedeli danno l’alibi al prete giudice lo condanna lo stesso

Monica Bottino

da Genova

Secondo la sentenza firmata dai giudici chiavaresi, quei cinque parrocchiani di Certenoli, un paesino nell’entroterra di Chiavari, dovrebbero correre subito in chiesa a confessarsi. Sì perché sono bugiardi e ora rischiano di essere indagati per falsa testimonianza: avrebbero mentito per difendere il proprio amatissimo parroco dall’accusa di aver investito con la propria auto un motociclista ed essere fuggito a tutto gas senza soccorrerlo. Dopo la decisione dei giudici chiavaresi che hanno condannato don Emilio, difeso dall’avvocato Federico Penco, a sette mesi di reclusione, la storia sta rimbalzando anche nei paesi vicini: e in sostegno dell’anziano sacerdote si stanno muovendo intere comunità. Sì perché don Emilio è finito nei guai nonostante ci siano diverse persone che hanno testimoniato in tribunale che, all’ora dell’incidente, alle 7.20 del mattino il sacerdote era all’altare a celebrare la Messa.
«Lo ricordo benissimo», spiega don Emilio, «perché il fatto risale al 2003, ma era il giorno 15 e io, il giorno 15 di tutti i mesi, celebro al mattino alle 7 una Messa per i miei genitori defunti». E prosegue, precisissimo: «La Messa del mattino la celebro con le mie sorelle e la faccio durare come se fosse cronometrata non più di 11 minuti. È senza predica... insomma, solo la liturgia per i miei. Quindi quel giorno lì ero già in chiesa prima delle sette». Ma non basta. Come ogni buon sacerdote don Emilio sta al servizio dei suoi parrocchiani. «E quindi subito dopo mi preparo per la Messa delle sette e mezza, che anche se è infrasettimanale ha sempre qualche fedele». E così fece anche quella mattina, in cui malauguratamente ci fu a una certa distanza dalla parrocchia un incidente in cui rimase ferito un motociclista. Ma, padre, come mai hanno cercato lei? «Perché un testimone ha affermato di essere passato di lì con la sua auto e di avermi visto con la mia macchina fuggire dal luogo dell’incidente. Lui dice di essersi fermato a soccorrere la persona investita e dopo essersi lanciato all’inseguimento di una macchina blu alla guida della quale, secondo lui, ci sarei stato io». Invece l’auto del parroco è grigia e anche la descrizione degli abiti del guidatore non coinciderebbero. «Eppure il numero della targa dicono che sia lo stesso - dice don Emilio -. I giudici hanno creduto a un testimone solo mentre una dozzina di altre persone dicono che ero da un’altra parte». Ora il sacerdote ricorrerà in appello. «Ma in questa storia il lato buono c’è - dice - tanta gente mi ha telefonato per darmi solidarietà. E non certo per dire bugie...».