«Con I Feel Good sul giradischi la mia vita cambiò»

«James Brown per noi è stato il più grande perché tra gli artisti di r’n’b e soul è stato il primo ad arrivare in Italia, prima di Aretha Franklin, Otis Redding, Wilson Pickett che aveva una voce pazzesca, i Temptations». Parola di Renzo Arbore, showman e jazzista doc oggi in lutto per la scomparsa del re del funky. «Quando io e Boncompagni facevamo Bandiera gialla e Per voi giovani andava di moda solo la musica inglese. Dall’America arrivava il folk di Bob Dylan e Joan Baez, i suoni particolari dei Byrds; noi aspettavamo con ansia la risposta americana ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Them. Un giorno finalmente, quando trovai I Got You (I Feel Good) nel pacco dei 45 giri che mi arrivavano da Billboard, la mia vita cambiò».
In che senso?
«Be’ era il r’n’b che si svincolava dal rock’n’roll e tornava alle radici del gospel e del blues per aprire le strade del soul e del funky. Erano pazzeschi quegli arrangiamenti che lui ha inventato, con un accordo o una sola nota ribattuta in modo ossessivo per creare una inimitabile carica ritmica. Così sono nati brani epocali come Sex machine, I’ll Go Crazy, Papa’s Got a Brand New Bag. Anche nelle ballate lente era unico. Con It’s a Man’s Man’s World l’ho scoperto come cantante; una ballata intensa con una voce straziante e straziata di purissima marca nera. Tutta istinto, sostenuta dai suoni grezzi della band».
Fu il momento d’oro della black music in Italia.
«Tra il 1967 e il ’70 alla radio noi trasmettevamo quasi esclusivamente black music. Ricordo che un giorno Lelio Luttazzi presentò Hit parade e in classifica c’era Orietta Berti e sette artisti neri».
Arbore ha portato James Brown alla Tv italiana.
«Ha partecipato ad entrambe le edizioni di Doc lasciandomi ancora oggi un ricordo molto vivo, di simpatia e di generosità nell’esibirsi con entusiasmo e senza risparmio di energie. Era generoso e molto aperto; poi la sua vita privata è stata discontinua e piena di disavventure, probabilmente è entrato in crisi quando il soul è stato surclassato dalla disco music. Insomma ha vissuto sopra le righe come artista e come uomo». Cosa ci lascia James Brown?
«Uno stile, tanti classici entrati nella storia che tutti continueranno ad imitare. James insegna il piacere di suonare. Poco tempo fa, a casa mia, ho suonato con gli amici i suoi brani. Partendo da un giro di blues e giocando sul ritmo si capisce come la sua musica sia un piccolo miracolo di armonia».
E ora che se n’è andato?
«Dei grandi è rimasto solo Solomon Burke, che è un fenomeno vocale ma vive inchiodato ad un seggiolone. L’unica consolazione? Sono felice che la morte di James Brown abbia avuto così tanta risonanza. Temevo fosse meno popolare».