I feriti di guerra tornano a camminare anche con le scarpe donate dai milanesi

Il Comune consegna all’ospedale della Croce rossa, che cura gratis 6mila pazienti l’anno, il materiale raccolto in città


Da una parte, sulla collina, c’erano Ahmed Shah Massud, il leone del Panshir e le sue truppe. Dall’altra la facoltà di Ingegneria dell’università ridotta a quartier generale dall’altra metà dell’alleanza del nord che combatteva contro i vecchi compagni. La guerra civile che ha completato la distruzione di Kabul. In mezzo l’ospedale della Croce rossa. All’interno del muro di cinta in quei mesi caddero almeno duecento colpi d’artiglieria. Facile capire perché ancora oggi quando al cancello si vede arrivare un camion militare, nessuno voglia farlo entrare. Anche se porta aiuti umanitari. Vestiti, pigiami, scarpe, stivali per l’inverno, zainetti per i bambini, medicine e tutto ciò di cui può aver bisogno gente che non ha assolutamente niente. Materiale portato dai soldati italiani della missione di pace Isaf guidati dal generale Mauro Del Vecchio e dall’assessore Giovanni Bozzetti che, con il Comune di Milano, ha consegnato le scarpe raccolte grazie al contributo dell’Amsa.
«Non ci sono armi vero? Fatelo passare», gli apre le porte Alberto Cairo, il direttore di uno dei posti più straordinari della capitale. Difficile dire che dia un ordine. La sua voce è pacata. Ma come sempre le sue parole aprono qualunque porta. Nato diciotto anni fa come ospedale d’emergenza per feriti di guerra, fino a oggi ha installato 120mila protesi di arti amputati, cambiato la vita ad almeno 70mila persone, garantito 150mila fisioterapie all’anno. E i nuovi «clienti» sono almeno 6mila ogni dodici mesi. Il tutto assolutamente gratis in un Paese in cui la gente non ha i soldi per mangiare, figurarsi per pagare le cure. «Pochi giorni fa - racconta Cairo - una signora è arrivata con la spina dorsale deformata e terribili problemi. Era caduta un mese fa dalla scala, ma non si era nemmeno fatta vedere perché povera. Ora è paralizzata, ma qualcosa faremo anche per lei».
Straordinario, come dice sempre ai suoi collaboratori. Che oggi non curano più solo feriti di guerra o da mine. «Qui - racconta Cairo - si vedono malattie incredibili. Le deformità congenite, la poliomielite, il rachitismo. I tantissimi matrimoni tra cugini primi non fanno certo bene. Un fisioterapista ha cinque figlie. Quattro hanno una deformazione all’anca. Sua moglie, cugina di primo grado, ha la stessa deformazione. L’aveva anche la nonna. Gli ho raccomandato di stare attento a chi sposerà le sue figlie. Mi ha detto sì, ma sono sicuro che è tutto inutile. Mi ha detto che la darà a una persona che conosce bene. Chiaro che sarà un parente».
Ma la cura non si ferma alla chirurgia e agli arti artificiali che vengono costruiti da portatori di protesi in una straordinaria officina. «Il bello viene dopo. La riabilitazione fisica e il reinserimento sociale». E allora il «lavoro di Dio» prevede intuizioni straordinarie, come lo sportello che concede microcrediti per avviare un’attività. «Cinque, seicento dollari. Che nel 94 per cento dei casi vengono restituiti. È gente di parola e molti di loro devono tornare per le cure. Non accetterebbero mai di essere considerati poco per bene». E poi ci sono la scuola per i bimbi, i corsi professionali per insegnare un mestiere o magari uno dei 300 posti dell’ospedale tutti riservati a portatori di handicap. «Una discriminazione al contrario? Forse sì, ma la manterrò fino a che fuori di qui non cesserà la discriminazione verso i meno fortunati».
«Un’esperienza straordinaria», commenta l’assessore Giovanni Bozzetti che insieme al responsabile delle Relazioni internazionali del Comune Andrea Vento comincia a pensare a un Ambrogino d’oro per Cairo. «Incredibile il lavoro di quest’uomo, ma altrettanto straordinaria la dignità dei suoi pazienti». Per i quali c’è ancora tempo per far qualcosa. Portando scarpe in via Olgettina 35, in via Barzaghi 14, in via Pedroni 40 o in via Lombardi 13 a Muggiano. Cammineranno a Kabul, indossate da una protesi che ha restituito a qualcuno la voglia di vivere.
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