I festival culturali? Cerchino meno soldi e trovino più idee

Premessa: solo la cultura può salvare il declino di un Paese. Ciò detto, in questi anni sono aumentati i festival. Ma questa crescita corrisponde a una migliore offerta sul piano culturale? Rispondere a questa domanda forse è utile per proporre possibili criteri che legittimino l’esistenza dei festival quando c’è di mezzo una scelta pubblica. Indico cinque ragioni che stanno sul fondo della questione: 1) Progressiva riduzione di finanziamenti statali a progetti in grado di esercitare la loro azione senza discontinuità temporale e territoriale 2) Progressivo bisogno di legittimazione di enti locali dal punto di vista politico ed economico 3) Estensione del concetto di cultura a quello di creatività con conseguente apertura a nuovi campi e temi oggetto di festival 4) Crisi di capacità comunicativa dei media tradizionali finalizzati alla comunità e impiego di festival quali veicoli di rappresentanza 5) Riorientamento dei consumi in ambito turistico, tempo libero, servizi sociali, formazione professionale, politiche giovanili. Questi punti non di rado si alimentano vicendevolmente. Emblematica mi pare la negativa interazione fra il punto 1 e 2. Alcuni festival sono sorti come surrogati di politiche culturali degli enti di fronte a quadri finanziari e fiscali che spingono alla nascita di associazioni o soggetti d’impresa finalizzati alla governance di interessi più ampi. Nell’interazione fra punto 3 e 5 si osserva l’impossibilità di scuole e università di affrontare stagioni come quella estiva con una propria programmazione. Va detto: l’aumento della dimensione quantitativa dei festival non preoccupa se fosse legato alla specializzazione di questi ultimi. Va giudicato negativamente se significa continuo drenaggio di risorse pubbliche destinate ad attività effimere o particolaristiche all’interno di un quadro di risorse economico-finanziarie per la cultura molto modeste. Purtroppo diversi festival potrebbero essere sostenuti anche solo dal privato sociale se fisco, burocrazia, imprese e politici fossero alleati della e dalla cultura. Seguendo il principio della sussidiarietà non sarebbe difficile individuare la filiera orizzontale in grado di sostenere attraverso una crescita dal basso un adeguato equilibrio tra domanda e offerta culturale. Come giudicare la necessità di un festival sul territorio? Propongo tre lettere «i»: 1) identità, se i temi del festival riguardano la storia di quella città e delle sue comunità e servono a valorizzarne il patrimonio immateriale e soprattutto quello materiale 2) indotto, per ogni euro pubblico investito la mano pubblica deve saper ottenere una ricaduta sul territorio almeno 4 volte superiore possibilmente in consumi come gastronomia, servizi alberghieri, moda, design... 3) innovazione, elemento in nome del quale mi permetto di essere più radicale: un festival deve rischiare di più, osare di più e perché no? anche trasgredire l’offerta ordinaria, ricercando nuove idee, linguaggi, pratiche artistiche, attraendo capitale intellettuale. Invitando non premi Nobel ma coloro che lo diventeranno.
*ex assessore alla Cultura di Milano