I figli di Berlusconi: «Orgogliosi di papà»

di Vittorio Macioce

I colpi arrivano da vicino e lontano. È una batteria di parole. C’è di tutto e la giornata è calda. Nel gran gioco della politica volano stracci e schiaffi: padri e figli, veline e camicie nere, Nerone e la stampa estera, disgusto, rabbia, vita privata, colpi bassi, bassissimi. Questa campagna elettorale è all’ultimo sangue. Berlusconi non è più un avversario politico, ma un uomo da abbattere, cancellare, dimenticare. È un duello viscerale. Molti a sinistra si stanno giocando tutto. Franceschini cerca di scrollarsi di dosso l’etichetta di precario. Di Pietro vuole cannibalizzare tutta l’opposizione. E il voto europeo è sentito come cruciale. Tutto è ammesso. Sparare a zero e leggere il Financial Times
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Questa è la sintesi di una lunga giornata. Questa è l’Italia alla vigilia delle elezioni. Franceschini spara sulla famiglia di Berlusconi: «Fareste educare i vostri figli da quest’uomo?». Sconcerto. Le parole messe lì davanti a un microfono sono brutte. Anche nel suo partito c’è qualcuno che sbianca. Rischia di essere un autogol. È un tackle da dietro, improvviso, inutile, con troppa rabbia e una dose di odio. Questa volta parlano anche i figli. Piersilvio dice: «Ma come si permette?». Ma che ne sa. Marina aggiunge: «Sarei felice per i figli di Franceschini se avessero un padre come il mio». Si muovono compatte anche Barbara, Eleonora e Luigi. Sono i figli di Veronica. E chiudono questa storia con un taglio netto: «Alla domanda se un padre sia capace di educare un figlio, gli unici in grado di rispondere sono i figli stessi». La politica è un’altra cosa. Non sconfina.
La giornata è davvero torrida. Il termometro della campagna elettorale sale male. Va su e avvelena. Al mattino i segnali erano già chiari. I primi colpi di cannone arrivano dal mare, oltre la Manica. Il Financial Times di Lionel Barber s’inventa il «fascismo delle veline». È l’ultimo sputo sull’Italia, con quelle parole raccattate sempre dalla stessa parte: «Berlusconi non è Mussolini. Non ha al suo seguito le camicie nere, ma squadracce di starlet». Attenzione. Ecco il grido di allarme: «Berlusconi è un esempio deleterio per tutti». Le sue colpe? Ricchezza, successo infinito e sostegno popolare. Troppo e tutto insieme. Merita una punizione degli dei. Sembra quasi una burla, ma qui è rissa. Il Financial Times è, per definizione, autorevole. È british. Ed è sempre incacchiato con l’Italia. Quindi, è perfetto. La consorteria degli antiberlusconiani lo brandisce come una Bibbia. Di Pietro dice: ci volevano gli stranieri per raccontare questo Paese. «Siamo al basso intero, con un Nerone nostrano che gode nel vedere bruciare questa terra sul piano economico, sociale e istituzionale». Il tono che arriva da sinistra è più o meno sempre lo stesso. Ci fa fare brutta figura. Ci svergogna. E il mal di pancia sale. Questa storia comincia a infastidire parecchio anche un bel po’ di ministri. Frattini, di solito diplomatico, va giù duro: «Non ci sono pregiudizi, ma disonestà». Maroni è meno preoccupato: «È il metro di giudizio che usa Franceschini quando mi accusa di aver fatto le leggi razziali. Io rido, lo mando a quel paese e vado avanti per la mia strada. Lo stesso farà Berlusconi».
Troppi corrispondenti stranieri si divertono a raccontare un’Italia burlesca, con questa pseudo dittatura da avanspettacolo. Fa notizia, fa vendere. È una cartolina banale, che prende il posto dei vecchi spaghetti. I giornalisti sanno dove andare a cercare. C’è una fonte infinita, molti sono colleghi, più una manciata di mezzi intellettuali. Sono quelli che non possono sopportare, a pelle, l’Italia di Berlusconi. E nel nome di questa rabbia mandano tutto al macero. Tutto. Ripudiano la democrazia. Chi prende più voti ha il diritto, e il dovere, di governare? No, a quanto pare. È un ritornello stonato: in Italia non c’è il fascismo, ma quasi. Il fascismo delle veline, appunto. Fa ridere? Forse. Ma questa buffa teoria si sta trasformando in una caccia alle streghe, con una scia di razzismo sociale. Noemi e le altre sono l’Italia da disprezzare. Due mondi: da una parte quelli che leggono il Financial Times, dall’altra queste ragazze di periferia. Due menzogne. Due stereotipi. Due vanità. Intellettuali contro veline.
Forse ha davvero ragione Giancarlo Salemi, l’autore di Europa di Carta, guida alla stampa estera. Tutto questo rumore solo per il Financial Times. È un po’ troppo. «Sono anni - dice - che mette alla berlina il nostro Paese. Vi ricordate la polemica sull’ingresso dell’Italia nell’euro? Quel giornale, nel 1998, proprio nelle fasi cruciali, bollò la nostra candidatura come pericolo per l’Europa, un parente scomodo da scaricare gentilmente». La firma sotto quelle parole così astiose era Lionel Barber. Sì, lui, l’attuale direttore. Barber non è un antiitaliano. Tranquilli, non c’è razzismo. Il problema è un altro. L’Italia fa vendere. E l’autorevole Financial Times fa questo mestiere.