Tra i figli dell’esodo c’è anche Marchionne

La madre del manager Fiat costretta ad abbandonare il suo paese dopo una serie di tragiche vessazioni. La pulizia etnica era cominciata nel 1943. E la famiglia fu duramente colpita

Zucconi - «Sergio me lo ricordo fin da piccolo, quando mi aiutava a pascolare i manzi. Il nonno non l’ha mai conosciuto, perché è stato infoibato dai partigiani di Tito. Con sua mamma, Maria, sono legata da sempre. L’ho sentita l’ultima volta il 17 gennaio, quando ha compiuto 84 anni, per farle gli auguri. Con la sorella Anna sono andate esuli in Canada, ma non ci hanno mai dimenticato». Parla in dialetto veneto, Maria Zuccon, la zia acquisita di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat. Si sapeva delle sue origini abruzzesi e della vita da adolescente in Canada, ma nelle vene del supermanager scorre anche sangue istriano. Non solo: la famiglia materna di Marchionne ha provato sulla sua pelle la tragedia delle foibe e dell’esodo.

Solo un fratello, Martino, non se ne è andato dopo la guerra sposando Maria, che ci accoglie nel «fogoler» di una tipica casa istriana. «La mamma di Sergio si chiama anche Maria ed è nata proprio in questa casa» spiega la zia del supermanager. Occhi azzurri, capelli color argento e scialle sulle spalle, lei è rimasta a Zucconi, il nome in italiano del villaggio di poche case preso dalla famiglia. «Un tempo eravamo un centinaio, ma adesso siamo al massimo 40» sospira la signora Maria. Ad una manciata di chilometri da Pola, tutta quest’area con una forte presenza italiana fino al dopoguerra si è svuotata con l’esodo. Prima ancora, a causa dell’armistizio del 1943, le bande partigiane hanno fatto la prova generale della pulizia etnica. E la famiglia materna di Marchionne è finita nel mirino.

«Giacomo, il nonno di Sergio, era un gran lavoratore. A Carnizza, tre chilometri da qui, aveva messo in piedi un negozio sotto casa» racconta zia Maria. «Non ha mai fatto del male a nessuno» ribadisce la signora, classe 1925. Nel Ventennio chi voleva la licenza commerciale doveva automaticamente iscriversi al partito fascista. La zia di Marchionne ripete, però, «che Giacomo non ha mai portato la camicia nera». L’8 settembre 1943 il regio esercito si sbanda. In Istria si crea un pericoloso vuoto di potere. I partigiani di Tito spuntano dai boschi e vanno a prendere i «nemici del popolo».
«Sono andati di notte a casa sua legandogli i polsi con il filo di ferro. Nel paese ne hanno presi sei. Un ingegnere, che aveva fatto solo del bene, ma pure il macellaio - spiega la testimone -. Nella banda c’era un capo comunista ideologizzato, ma in realtà chi aveva debiti con il negozio di Giacomo ne ha approfittato per farlo fuori».

Gli ostaggi spariscono nel nulla. «Anna, la sorella di Maria che adesso è con lei in Canada, non si dava pace. Voleva salvare il papà. Qualcuno li aveva visti portati via in fila indiana», racconta Maria. Il fratello Giuseppe, appena tornato a casa dopo il ribaltone dell’8 settembre, si è pure lanciato nelle ricerche. Purtroppo è finito in un rastrellamento dei tedeschi, che stavano riconquistando l’Istria con il ferro e con il fuoco. Scambiato per un partigiano o un disertore l’hanno passato per le armi.

«Ma Anna non si è data per vinta. Il padre, assieme ad altri, era stato buttato nella foiba di Trlji, a cinque chilometri da questa casa. È andata a Pola e ha convinto i pompieri a recuperare le salme» spiega zia Maria. «Sull’orlo della foiba, quando tiravano fuori i corpi tumefatti Anna diceva non è lui, non è lui... - ricorda la signora Zuccon -. Poi ha avuto un sussulto davanti ad un corpo irriconoscibile. Questo è mio padre. L’ha riconosciuto dai bottoni della giacca che lei stessa aveva cucito».

Il nonno materno di Sergio Marchionne è finito in foiba, ma l’Istria non ha portato solo disgrazie. I suoi genitori si sono conosciuti proprio a Carnizza. Il padre Concezio prestava servizio nella stazione dei carabinieri. La mamma Maria si è subito innamorata del giovane in divisa dell’Abruzzo. Concezio è stato trasferito prima in Slovenia e poi a Gorizia «a “difendere” i confini dall’invasione comunista» scrive Marco Gregoretti nell’Uomo dal maglione nero, un libretto di successo sull’ad Fiat. La futura consorte va dai parenti del marito in Italia scampando alla pulizia etnica dei titini. La sorella Anna vorrebbe raggiungerla. Alla fine della Seconda guerra mondiale la situazione precipita. I titini riprendono la pulizia etnica lasciata a metà nel 1943. Di fronte alle violenze 350mila italiani dell’Istria, Fiume e Dalmazia scappano verso la madre patria. «Un giorno Anna ha preso la sua bicicletta, con solo due borse in mano. È andata a Pola per imbarcarsi sull'ultimo piroscafo per l’Italia» racconta con emozione zia Maria.

I genitori di Sergio si sposano dopo la guerra e vanno a vivere a Chieti dove nel 1952 nasce il futuro supermanager. L’esule Anna Zuccon va per prima in Canada, seguita dalla famiglia Marchionne, che vuole far studiare meglio il figlio. In Istria restano gli zii Martino e Maria. «Sono venuti a trovarmi per la prima volta dopo la guerra quando Sergio aveva 3 anni. Non c’era né luce né acqua corrente. Sergio lo lavavamo nella “mastela” con l’acqua della cisterna assieme ai miei figli» racconta sorridendo Maria. Il giovane Marchionne si diverte durante le vacanze in Istria. «Mi aiutava a portare i manzi. Gli piaceva usare il frustino per indirizzarli e non voleva mollarlo neppure quando andava a dormire. Da più grande mi diceva sempre: zia se continui a lavorare così nei campi andrai a finire al camposanto».
Dalla Fiat fanno sapere che l’amministratore delegato «da bambino sentiva spesso i racconti della mamma e della zia profughe dall’Istria». Nel libro di Gregoretti, un cugino abruzzese ha fatto notare che sul polso del suo inconfondibile maglione Marchionne si è fatto ricamare un piccolo stemma tricolore. Con l’ascesa di Marchionne i legami con i parenti rimasti in Istria si sono rarefatti, ma non cancellati. «Sergio è venuto anche dalla Svizzera con sua moglie ed i due figli per farceli conoscere» racconta Maria. «Adesso lo vedo in televisione. Dicono che sia uno dei manager più importanti al mondo - spiega zia Maria -. Ma per me rimarrà il ragazzino con i lineamenti della mamma. Sergio è una persona semplice e cara che tengo sempre nel mio cuore».
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