I film religiosi? Li fanno meglio i «pagani»

Il volume «Cristiani a Hollywood» s’interroga su come riportare Dio nella Mecca del cinema

L’avversione della Chiesa verso il cinema risale ai Lumière. Ancora all’epoca d’oro della Hollywood degli anni Trenta-Quaranta, a causa del suo potere incantatorio, molti cristiani lo consideravano una manifestazione del diavolo. Poi se ne sono disinteressati, al massimo boicottando film ritenuti particolarmente immorali, con la conseguenza che dentro la Fabbrica dei Sogni sono rimasti solo «uomini senza fede» (o di fede ebraica, secondo un pregiudizio duro a morire). Cristiani volutamente fuori da Hollywood quindi, e un cinema sempre più secular deciso da un’élite culturale e finanziaria interessata solo a vendere un prodotto, indifferente alla morale e alla religione.
Fino a che il successo di film come The Passion - o, di segno opposto, Il Codice da Vinci - ha riproposto il complesso problema del rapporto tra Hollywood e fede cristiana. Ormai l’argomento - come dicono i produttori - «tira», e gli addetti ai lavori per la prima volta dai tempi del codice Hays tornano a interrogarsi sui valori religiosi (o anti-religiosi) veicolati dalle loro pellicole. E anche i cristiani, questo il fatto nuovo, adesso vogliono dire la loro. Cattolici o protestanti che siano, hanno capito che Hollywood non dev’essere più visto come il nemico ma può diventare terra di missione. La tendenza è cambiata: non più lamentarsi che il cinema ha lasciato Dio fuori dall’inquadratura, ma darsi da fare per riportarcelo dentro. È questa la nuova battaglia dei Cristiani a Hollywood (titolo di un libro appena uscito da Ares) raccontata da un gruppo di uomini e donne - evangelici, protestanti, cattolici - che lavorano nella «capitale del cinema».
A partire da Spencer Lewerenz e Barbara Nicolosi, fondatori di Act One, un programma di formazione per sceneggiatori e produttori che coniuga valori artistici ed etici, professionalità e spiritualità. In sostanza, una scuola che prepara «artisti-apostoli» (producer, attori, scrittori, registi) da inviare negli studios, negli uffici delle reti tv, sui set. Non per prendere il controllo di Hollywood, sia chiaro. Ma per trasformarlo, per influenzare i contenuti delle opere, per ribaltare l’idea (radicata in chi «fa il cinema») che i cristiani non guardano film e tv, che se li guardano di solito si lamentano, e comunque se anche li guardano e non si lamentano poi non acquistano né gadget né i prodotti pubblicizzati negli spot. Da sempre, da questo punto di vista, i cristiani sono considerati un pessimo investimento.
Ma se l’importante è portare Dio dentro Hollywood, ancor più importante è come portarcelo. Non è un caso, infatti - come racconta Thom Parham, autore di molte fiction tv - che i migliori film a carattere religioso prodotti negli ultimi anni (da Mission a Dead Man Walking da Magnolia a Il Signore degli Anelli) siano stati realizzati da «pagani», molto più bravi perché pensano a un pubblico generalista e non di parrocchiani, perché evitano di fare un controproducente proselitismo e perché sanno rappresentare il mondo com’è, coi suoi peccati e le sue ingiustizie, e non come dovrebbe essere. Al contrario dei registi e sceneggiatori cristiani, che pensano ai loro film come esche per attirare gli spettatori a un’omelia. Con risultati fallimentari.
Così, negli Usa. E da noi? Sembrerà strano in un Paese in cui il novanta per cento dei cittadini si dichiara cattolico e un quarto della popolazione frequenta le chiese, ma il cinema italiano (che abbonda di anticlericali) conta pochissimi registi cattolici, e quei pochi o tiepidi o furbi: Avati, D’Alatri, Olmi... Ma per fortuna, nella sala buia, qualcuno ha visto la luce. Ettore Bernabei, già direttore generale della Rai, negli anni Novanta ha fondato la «Lux Vide», una casa di produzione che vuole (ri)portare il messaggio cristiano in un settore cruciale della società come quello dell’intrattenimento. E finora con ottimi risultati, perlomeno di audience. La Parola, anche se sembra un controsenso nel mondo delle Immagini, passa anche attraverso Don Matteo. E la Verità, non sembri eresia, attraverso una fiction.