I finiani ora hanno paura: non tornano i conti

RomaSi avvicina il giorno del giudizio, e i bluff non sono destinati a durare ancora per molto. Così, anche dentro Futuro e libertà, si insinua il timore di sbagliare puntata alla roulette.
Dal fronte finiano, ieri, sono arrivati messaggi diversi, segno di una incertezza che allarga il fossato tra i «falchi» e le «colombe» ricompattate dal presidente della Camera nella firma sulla mozione di sfiducia. Ma tutti i messaggi segnalavano un crescendo di aperture verso il Cavaliere. A sera anche da Italo Bocchino (reduce dall’incontro di martedì con il premier) è arrivata la pubblica promessa di un Berlusconi bis: «Per noi servono le dimissioni» del presidente del Consiglio, premette il capogruppo di Fli, ma «siamo disponibili a un reincarico 72 ore dopo», e a rifare con lo stesso premier un governo «con una nuova agenda economico-sociale» e che faccia «una nuova legge elettorale» mettendo una soglia al premio di maggioranza.
Nelle ore precedenti, smentendo il Fini di Ballarò della sera prima, la «colomba» finiana Silvano Moffa aveva addirittura accantonato l’ostacolo principale alla trattativa (in corso) con il Pdl: le dimissioni di Berlusconi non sono una conditio sine qua non, «l’importante è costruire un patto che porti l’Italia fuori dalla crisi, mettendo da parte l’intransigenza».
Segnali molteplici di un’agitazione che sta montando, e che rende certo il Pdl che dentro i finiani stia maturando una nuova divisione, di fronte alla linea «o la va o la spacca» del Cavaliere: se Berlusconi non si dimette prima dello scrutinio del 14 dicembre, e per ora mostra di non avere la minima intenzione di farlo, ai trentacinque di Futuro e libertà toccherà mettere la mano sulla tastiera e pigiare il fatidico tasto che li farà comparire sul tabellone luminoso di Montecitorio come aspiranti killer di Berlusconi. Un momento cui in molti speravano di non dover arrivare. E nel Pdl se ne contano «almeno cinque o sei che ci ripetono di non voler votare la sfiducia», come confida un dirigente del gruppo parlamentare alla Camera. Tanto più che il premier ha fatto sapere di voler fare un discorso molto «chiaro e netto», niente a che vedere con le captatio benevolentiae di cui era condito l’intervento al dibattito sulla fiducia del settembre scorso, quando si trattava di riacchiappare i finiani. Stavolta, si assicura, «gli scherzi sono finiti, e il premier indicherà con chiarezza di chi sono le responsabilità se il governo dovesse cadere». Rendendo ancora più duro per gli incerti il grande passo verso il buio, oltre il quale nessuno sa se ci possa essere una zattera di salvataggio o solo il voto anticipato.
Per rassicurare e ricompattare i suoi, Fini aveva già dovuto dichiare urbi et orbi che mai e poi mai si sognerebbe di trascinarli verso un’intesa con il centrosinistra e una nuova maggioranza «ribaltonista». E nel frattempo ha dato mandato a Bocchino di trattare. Ufficialmente il capogruppo smentisce, ma da Fli assicurano di aver trovato un Berlusconi disposto «a darci tutto, tranne le sue dimissioni»: dalla modifica della legge elettorale ai ritocchi alla compagine governativa. Il problema resta proprio quel «tranne»: a Fini serve almeno una bandiera da issare, se si arrivasse a un Berlusconi bis, e quella bandiera sono le dimissioni. Di qui il martellamento di assicurazioni sul reincarico. Siamo pronti a rimettere la mozione nel cassetto, spiega Bocchino, se il premier si dimette. Poi «un accordo è possibile, perché non abbiamo nessuna preclusione nei confronti di Berlusconi».