"I fischi? Io come Verdi Vincerà solo la musica"

Gatti confessa amarezza, ma non si abbatte: &quot;La prima della Traviata fu contestata, poi quell’opera divenne la più amata&quot;. Intanto si rafforza il partito &quot;italiano&quot;: <strong><a href="/a.pic1?ID=312929">un'altra chance al tenore silurato</a></strong>

Milano - Nessuno è profeta in patria e non sfugge all’oracolo Daniele Gatti, il quarantasettenne direttore d’orchestra di Milano che ha fatto il giro dei teatri del mondo, osannato e portato in trionfo come una promessa molto realizzata, per andare a schiantarsi a casa sua, sommerso da fischi e buuu piovuti dal loggione insieme alle rose. Per carità, anche molti applausi, ma poteva andare meglio per essere la grande, attesa prova della Scala. Lo sa il maestro, anche se prova a ostentare serenità: «Fischi? Chiedetelo a chi li ha fatti. È stata una serata di musica. Io sono soddisfatto, credo che i colleghi siano stati straordinari e mi riferisco a tutti, coro, orchestra, cantanti, macchinisti, tutti.
È stato un privilegio e un onore eseguire Verdi con le masse artistiche della Scala. Sono molto contento della prova del tenore Stuart Neill».

Eccoci alla dolente nota, la sostituzione all’ultimo momento del tenore italiano, Giuseppe Filianoti, con il cantante americano che ha recitato alla prima. Gatti ha fama di uomo solido e composto, guarda alla partitura senza lasciarsi incagliare da qualche nota ribelle: «Le polemiche? Sciocchezze. È una cosa che capita in tutti i teatri del mondo, fino all’ultimo si cerca di mettere in piedi l’allestimento migliore e quindi si fanno tutti i cambiamenti del caso, forse qui non è mai successo ma accade in tutto il mondo». Resiste alle provocazioni: «Una vigilia complicata ma è stata una bella serata».
Si lascia andare a qualche commento appassionato nei momenti meno ufficiali, come alla cena di gala nel cortile del Comune di Milano, dove entra tra gli applausi, generale eroico anche se non vittorioso.

Il modello è il compositore del don Carlo, senso di sé e fiducia nel futuro: «Quando Verdi ha eseguito per la prima volta Traviata, è stato fischiato. Lui disse: "Sarà stata colpa dei cantanti, del compositore, dell’esecuzione? Giudicherà il futuro". Adesso Traviata è eseguita almeno una volta l’anno in tutti i teatri del mondo». Un paragone di buon auspicio per il Don Carlo di Gatti, che ha già collezionato cinque milioni di spettatori in mondovisione, trasmesso in diretta da centocinquanta auditorium degli Stati Uniti dove ha fatto il tutto esaurito e anzi è andato persino in overbooking. Così il maestro può abbandonarsi a pronunciamenti sapienziali come «la farina del diavolo si trasforma in crusca».

Forse è esagerato assegnare a Giuseppe Filianoti un ruolo tanto perfido, ma ciò che ha insospettito Daniele Gatti e la direzione del teatro è che il tenore avesse acquistato un blocchetto di biglietti per la prima (un numero imprecisato che nei racconti varia da dieci a venti) e che da una ben definita pattuglia di loggionisti siano partiti i buuu che hanno paralizzato il teatro. «Strumentalizzazioni», taglia corto il maestro. Ripete di essere tranquillissimo e pronto al giudizio di coloro che ascolteranno il suo Don Carlo nei prossimi giorni. La seconda recita è domani e il pubblico è ancora più esigente di quello sempre un po’ mondano che affolla Sant’Ambrogio: «Le polemiche sulla decisione di sostituire il tenore non mi hanno minimamente turbato. Per il resto, siamo in regime di democrazia: le cose possono piacere o non piacere». Spettatori liberi di fischiare pure alle repliche, affidate quasi interamente a Stuart Neill. Verdi in Italia è un po’ come la nazionale, tutti si sentono in dovere di esprimere pareri, se il caso anche di urlarli. E poi si sa, un po’ di suspense non ha mai fatto male all’opera.