I fischi meritati a «La frontière»

Nostro inviato

a Cannes

A metà Festival cominciano i fischi, si è più stanchi e quindi meno disponibili. Ne ha fatto le spese ieri Philippe Garrel e il suo «La frontière de l'aube», secondo film francese in concorso. Garrel è un po’ come gli americani vedono i francesi: molto intellettuali, molto alcol, molte turbe psicologiche, lunghi silenzi, frasi a effetto... Nel film c’è tutto questo, solo che il Garrel regista non è una caricatura oltreoceano del francese tipo, essendo invece parigino al cento per cento. Qualcosa non torna...
Il fatto è che il film è girato in bianco e nero, racconta un amore infelice, che termina con un suicidio, un nuovo amore che nasce e che potrebbe essere benedetto da un figlio, il fantasma del vecchio amore che riappare e chiede al compagno di un tempo di uccidersi a sua volta per raggiungerlo. Cosa che lui puntualmente fa buttandosi dalla finestra della sua mansarda. C’è spazio per discussioni sul subconscio, per una seduta di elettrochoc, perché la prima suicida era comunque psicologicamente instabile, in quanto politicamente rivoluzionaria e quindi da neutralizzare attraverso la repressione medica, una musica fra il romantico e il commosso, di certo ingombrante.
Naturalmente Garrel non è uno stupido, è un regista di buone letture e di molte riflessioni, spiega bene il senso di ciò che ha voluto mostrare sullo schermo, è capace di teorizzare sul cinema e sulla vita. Il problema è che il confine fra il poeticamente sublime e il ridicolo è sottilissimo e lui lo attraversa senza rendersene conto. In apertura di conferenza stampa fa sapere di essere ancora in lutto per la sconfitta della sinistra alle presidenziali, e bonariamente viene da rispondergli chi se ne frega. Della sinistra e del film.