I Fleet Foxes non hanno senso

Sì d’accordo, non si può dire che i Fleet Foxes siano noiosi: anche il loro secondo cd è incantato e artigianale, sognatore e zeppo di dulcimer o mandolini od organi a soffietto, quasi fatto a mano, capace di metter insieme una dylaniana Lorelai, un’esuberante Grown ocean e il pretenzioso free jazz di The shrine/ An argument. Ma poi? Dopo il successo del primo album (successo per modo di dire: mezzo milione di copie in Gran Bretagna e 8 mila circa in Italia), i Fleet Foxes sono andati avanti un paio d’anni a forza di dubbi e di maalox e poi son tornati con questo dischetto che si dice neofolk tanto per dir qualcosa. In realtà è un bignami, godibile per carità, di tutto ciò che Simon&Garfunkel, Beach Boys e Fairport Convention s’erano inventati secoli fa. Bello, certo. Ma volatile come polline.