I FOLLI ADORATORI DELLA MORTE

In Italia un giudice ha messo in libertà un islamico accusato di coinvolgimento nel terrorismo basandosi sulla difficoltà di distinguere, con il codice esistente, fra terrorismo e guerriglia. L'attacco contro Londra fa riemergere in tutte le democrazie la necessità di una condivisa definizione del terrorismo, della sua distinzione dal diritto alla resistenza all'oppressione e dalla legittimità della guerriglia. Un giudice americano, condannando all'ergastolo uno studioso islamico colpevole di «disseminare l'odio e la guerra» (l'iman Al Timimi), ha introdotto il concetto dell'odio terrorista nel grande dibattito giuridico su cosa è lecito o criminale nell'uso della violenza nel sistema democratico. Predicare l'odio contro l'America fa parte del diritto alla libertà di parola, ha sentenziato il giudice Leonie Brinkeman in Virginia. Andare in giro esortando la gente ad addestrarsi alla guerra santa contro l'America, no.
La definizione giuridica dell'odio nel contesto della sfida islamica all'Occidente resterà a lungo oggetto di dibattito. Ma la sua comprensione da parte dello Stato attaccato - di fronte alla minaccia di una violenza globale rivoluzionaria e religiosa non statale come quella del radicalismo islamico - diventa vitale per la sua sicurezza. L'odio esiste, certo, anche nella guerra fra Stati come nella guerriglia contro gli Stati. Ma è anche una forma di violenza che tutte le culture hanno recepito attraverso proverbi come «ferisce di più la parola della spada». Sinora questo tipo di ferita era percepito soprattutto come violenza fatta alla dignità dell'individuo. Col terrorismo internazionale sembra essersi trasformata in una strategia di «salvezza» del nemico attraverso la distruzione del suo contesto culturale esistenziale, più che politico, e attraverso la salvezza di sé col martirio. È dall'odio di sé - scriveva Ceran - che emerge la coscienza.
È l'odio per il sistema democratico, liberale, permissivo, corruttore che anima il terrorista. Ma è anche l'odio di sé, il sentimento di essere (e probabilmente rimanere) solo parzialmente integrato nella società «peccatrice» in cui è stato fatto nascere che spinge il giovane musulmano a salvarsi, ricostruendosi nel martirio.
«Viva la muerte» era la divisa dei franchisti, purificatori di sé e della Spagna dal veleno comunista, democratico, laico antricristiano. «Viva la morte», ripetono i propagandisti islamici, «perché noi amiamo la morte più di quanto gli occidentali amano la vita». In questa nuova forma di nichilismo, l'America e Israele sono nemici simbolici perfetti come lo erano per gli ideologi nazisti. A 24 ore dall'attacco a Londra, l’8 luglio, la televisione dell'Autorità Palestinese ha presentato al suo pubblico la predica integrale dell'imam Suleiman Al Satari che lanciava questo messaggio di odio: «Annientate gli infedeli e i politeisti. America, Britannia, Spagna e gli ebrei si stanno unendo nel colpire il popolo della verità. Che Allah li conti e li uccida sino all'ultimo uomo, senza lasciarne in vita uno solo».
In tutti i fondamentalismi c’è l’esplosiva combinazione dell’odio e dell’amore. La volontà di salvare se stessi nel sacrificio ma anche l'avversario a cui, sia pure con la morte, si porta il messaggio di verità. Credere di poter ammansire questi «crociati islamici» attraverso un liberalismo cieco significa suicidarsi. Ma dimenticare che dietro a essi esistono schiere di musulmani che si rendono contro di quale pericolo per l'Islam questo integralismo rappresenti, ignorarli ed evitare di sostenerli contro i regimi «moderati e pro occidentali» che li opprimono è ugualmente insensato.
Oltre a pensare a come difenderci da una minaccia contro cui non c'è difesa assoluta, pensiamo a come aiutare gli arabi e i musulmani a difendere se stessi.