I folli «diari» amazzonici di un Werner Herzog alla ricerca dell’inutile

Come si fa a capire, a spiegare chi è, cosa fa, in che confida Werner Herzog? Formalmente un rinomato cineasta tedesco, oggi sessantacinquenne, autore di film «parossistici» - Aguirre furore di dio, L’enigma di Kaspar Hauser, Cobra Verde, Fitzcarraldo -; e, soprattutto, da sempre lanciato in imprese insidiosamente al di qua o al di là dell’oltranzismo avventuroso. La fortuna, l’azzardo costituiscono, di norma, i criteri scriteriati cui si tiene per inscenare vicende, esperienze connotate più dalla patologia del reale che dalla rappresentazione dell’esistente, dell’esotico, dell’abnorme. In breve, Herzog è Herzog e basta.
In un fugace incontro a Milano, sul finire degli anni Ottanta, un Herzog singolarmente cordiale e rilassato ebbe a raccontarci della sua amicizia con quell’altro «matto beato» Bruce Chatwin, già compagno di ardimentose scarpinate per deserti e montagne d’ogni dove; e in ispecie, del suo viaggio - s’intende d’inverno, e a piedi - sulla direttrice di marcia Monaco di Baviera-Parigi per propiziare la pronta guarigione della «santona» del cinema espressionista tedesco: Lotte Eisner.
Peraltro, tra le mattane più o meno sbalorditive messe in atto da Herzog, memorabile su tutte ci sembra quella legata alla realizzazione, tra il 1979 e il 1981, del picaresco Fitzcarraldo «girato» per intero nell’impervia giungla amazzonica tra Perù e Brasile e interpretato nei ruoli maggiori, dall’istrionico Klaus Kinski e dalla sfolgorante Claudia Cardinale. E giusto alla gestazione tribolata, alla realizzazione drammatica Werner Herzog ha dedicato (nel 2004) un suo personale brogliaccio che testimonia come, scespirianamente, ci fosse del «metodo» nelle temerarie pretese dell’invasato Herzog. La sua, in fondo, era soltanto l’idea ossessiva di un sogno eccezionalmente fattosi realtà. Tale stesso rendiconto s’intitola, significativamente, La conquista dell’inutile (Mondadori, pagg. 347, euro 9) e, a parte le ampie digressioni sugli andirivieni tra Usa, Argentina, Brasile e Perù, s’incentra per un preciso scorcio sulla fisionomia e sulle estrosità da allucinato di Klaus Kinski, insieme deus ex machina ed eroe recalcitrante, riottoso di Fitzcarraldo.
La vicenda è appassionante. Kinski-Fitzcarraldo così la spiega agli esosi, cinici «baroni del caucciù» di Manaus: «... Mio padre era irlandese, il mio vero nome è Fitzgerald, Brian Sweeny Fitzgerald. Ma in Perù nessuno riusciva a pronunciarlo e quindi l’ho un po’ modificato». Ciò che, in compenso, non fu granché alterata è stata la situazione reale rispetto a quella che avrebbe dovuto essere la dimensione finta del racconto. Un po’ per il congenito cattivo carattere, un po’ per l’esasperazione dei propri tic e delle insofferenze crescenti per un clima di lavoro pressoché invivibile, Klaus Kinski, senza forzare minimamente la «follia» di Fitzcarraldo, si scaglia a più riprese stravolto dall’ira, dalla stanchezza contro quel «pazzo», quel «criminale» di Herzog.
E, questi, per quanto allarmato, fece fronte costantemente alle ricorrenti tempeste. Fino ad approdare alla compiuta forma di Fitzcarraldo. Ecco, La conquista dell'Inutile rievoca per filo e per segno tutto ciò. Ribadendo, al contempo, che Fitzcarraldo è un film bellissimo, grazie appunto alla congiunta follia di Kinski e di Herzog.