I fondamentalisti e i rischi di una nuova intifada

La domanda che Israele si pone dopo l'attacco a una delle accademie rabbiniche di Gerusalemme frequentata soprattutto da figli di coloni, è la seguente: si è trattato di un attentato di tipo americano contro un centro di studi oppure è l'inizio di una nuova intifada palestinese?
Per il momento non c'è risposta. L'assalitore era un giovane arabo israeliano residente a Gerusalemme. Non ha agito come un kamikaze ma come un combattente. Sembra persino che avesse lavorato come autista per l'accademia. La sua azione è stata esaltata dai media arabi ma non ancora rivendicata con certezza. Se, dunque, non si tratta di un ritorno alla terrorizzante epoca degli attacchi suicidi, potrebbe essere un segno che Hamas sta organizzando combattenti secondo i sistemi degli Hezbollah libanesi nelle zone ancora occupate da Israele? Gente disposta e capace di mettere in pericolo non solo la sicurezza degli israeliani ma anche quella della dirigenza della autorità palestinese di Abu Mazen in Cisgiordania.
Non a caso l'attacco ha coinciso con la visita di Condoleezza Rice e con i suoi sforzi per rilanciare il dialogo fra Olmert e il presidente palestinese Abbas e col tentativo egiziano di raggiungere un compromesso tripartito fra Autorità palestinese, Israele e Hamas per riportare la calma a Gaza.
Per quanto colpito dall'ultima incursione israeliana che ha causato più di 100 morti palestinesi, il movimento islamico è imbaldanzito dalla ritirata delle truppe israeliane, descritta come nuova vittoria degli islamici contro l'invasore sionista. Il governo israeliano si trova una volta di più di fronte a una difficile scelta. Lanciare una grande offensiva contro Gaza per infliggere un colpo decisivo ad Hamas con tutte le incognite e le perdite di soldati che questo comporterebbe; oppure rispondere al lancio dei missili contro città israeliane con bombardamenti dei luoghi di lancio anche se in zone densamente abitate.
Il ministero degli Esteri ha diffuso uno studio sulle convenzioni internazionali che regolano l'intervento militare in zone abitate. Dall’analisi appare che la richiesta dell'Onu e della Ue a Israele, astenersi «da tutte le attività atte a mettere in pericolo civili», contrasta, fra l'altro, con l'articolo 28 della quarta convenzione di Ginevra per la quale «la presenza di civili non può essere usata per rendere punti o zone immuni da operazioni militari». Questo può rinforzare la tendenza di rispondere ai missili di Hamas con bombardamenti contro zone abitate e usate come punti di lancio. Il ragionamento ha la sua crudele logica ma deve tener conto del peso dell'opinione internazionale e soprattutto dell'incapacità israeliana di combattere con successo le battaglie della guerra psicologica.