"I forti ribassi sono dettati dall'incertezza"

I maxi piani per tamponare la crisi finanziaria sembrano non sortire alcun effetto. I listini sono ancora in rosso. Un trader di piazza Affari ci spiega il perché: "La causa che ha determinato tale reazione dei mercati potrebbe essere individuata nell'ancora enorme incertezza che li domina"

Milano - I principali listini mondiali continuano a registrare perdite pesanti. Ieri sera la piazza di Wall Street ha chiuso in rosso toccando minimi che non vedeva dal 1987. Questa mattina Tokyo ha fatto di pù: l'indice Nikkei, infatti, è arrivato a perdere oltre l'11%. E il Vecchio Continente è continuamente sferzato da una volatilità senza precedenti. "Se andiamo a guardare la reazione delle borse, si può amaramente constatare l'insuccesso del maxi piano", spiega amareggiato un trader di piazza Affari che preferisce mantenere l'anonimato.

E' facile dire 'il piano non ha funzionato'. Si può almeno sapere il perché di questo fallimento?
"La causa che ha determinato tale reazione dei mercati potrebbe essere individuata nell'ancora enorme incertezza che li domina. In pratica, ad oggi, i mercati finanziari da una parte ritengono che l'entità del maxi piano americano voluto da Paulson e dagli interventi partoriti dai governi europei sia parecchio esigua rispetto alla reale entità del buco, dall'altra non sanno la concreta entità del problema."

Quantificare il problema è, dunque, impossibile?
"Ce lo dovrebbero dire le banche."

Perché non lo dicono?
"In realtà gli istituti sono a conoscenza della reale entità della crisi. Questo è ovvio. E' il mercato che, purtroppo, non lo sa. Il problema sta in questo: a livello di banche, autorità di vigilanza, regolatori e governi dovrebbe essere chiara la reale entità del problema. Insomma, tutti questi organi dovrebbero aver già individuato tutti i residui scheletri negli armadi, visionando i libri delle banche. Quindi, chi non conosce questa realtà è proprio il mercato."

Da qui il panico?
"Certamente. In questi giorni il mercato azionario sta cadendo nel panico vuoi per l'eccessiva paura (magari infondata), vuoi per l'enorme incertezza sull'immediato futuro."

Da questi ribassi c'è qualcuno che ci guadagna qualcosa?
"A questo punto, essendo anche lo short (vendita allo scoperto, ndr) abolito, risulta difficile individuare chi ci possa guadagnare durante queste ultime fasi di ribasso così pronunciate. In pratica, il mercato sta assistendo da una parte all'eleveraging di posizioni lunghe da parte di fondi, istituzioni e grossi privati (vedi il caso di Roman Zaleski), dall'altra alla vendita dei fondi tradizionali dovuta ai riscatti dei sottoscrittori e alla riduzione del peso dell'azionario generato dal timore della recessione e dall'incertezza sulla solidità del sistema finanziario."

C'è però chi ci perde e chi guadagna. Ci sarà, dunque, una qualche redistrubuzione della ricchezza?
"Assolutamente no. Secondo me ci siamo impoveriti tutti quanti. Anche i mercati dei Paesi in via di sviluppo, fino a un certo punto beneficiari delle difficoltà registrate dai mercati cosiddetti 'sviluppati', hanno registrato negli ultimi mesi fortissime perdite tali da riportare le proprie quotazioni ai minimi degli ultimi anni."

Quindi siamo tutti più poveri?
"Decisamente sì."

E gli arabi col petrolio?
"Lo stesso discorso vale anche per loro. Come vale anche per i russi che, pura avendo a disposizione il gas e altre merie prime, hanno sofferto la violentissima correzione registrata dai propri prezzi. Basti pensare che, nel giro di pochi mesi, l'oro nero è passato dai 150 dollari al barile ai quasi 70 di oggi, tornando così sui minimi del 2007. In pratica, qualsiasi tipo di speculazione che aveva spinto al rialzo i prezzi delle materie prime pur in presenza dei primi segnali dell'imminente recessione, ha collassato su se stessa."

Quindi non possiamo guardare al futuro?
"Al contrario. E' proprio giunto il momento in cui è assolutamente necessario guardare al futuro. Se lasciamo avvitare su se stessa questa situazione difficilmente potremmo pensare a un futuro accettabile. Altrimenti, il problema non sarà più arrivare alla quarta settimana del mese, ma cominciare a darsi da fare per fronteggiare già i primi giorni. I governanti non dovranno, quindi, mettere in piedi manovre tampone che possono godere temporaneamente del plauso di tutti, ma dovrebbero unirsi - una volta per tutte mettendo da parte i rispettivi orgogli nazionali - per cercare di limitare i danni provenienenti dalla globalizzazione e, in un secondo momento, per scrivere nuove regole in grado di evitare il ripetersi di una simile disfatta."

Parla di finanza o di economia reale?
"A questo punto il pericolo non è più solo per i mercati finanziari. adesso si rischia che la recessione tocchi anche l'economia reale."