I francesi hanno capito l’ inganno di Ségolène

Il nome era diventato più famoso del cognome: e tutti a chiamarla, appassionatamente, «Ségolène». Come Hillary, del resto, a cui s’usava progressisticamente associarla. La candidata democratica (aspirante) alla Casa Bianca in America e quella socialista che correva per la presidenza della Repubblica in Francia. «¡Hasta la victoria, siempre!». O meglio: «casi siempre». Perché poche settimane sono bastate dopo la sconfitta dell’Eliseo, e Ségolène Royal è precipitata nel giudizio dei suoi concittadini, oltre che nelle coccole dell’universo mondo.
José Luis Rodríguez Zapatero non si pavoneggia più alla sua ombra, e Romano Prodi pare aver smesso di inviarle messaggi politici in video-cassetta. Eh sì, l’ultimo sondaggio sulle preferenze dei francesi è piuttosto impietoso per colei che avrebbe dovuto cambiare la scena politica europea dei prossimi anni; e che adesso si trova al quarantaquattresimo posto in classifica (su cinquanta). Era al ventitreesimo sei mesi fa, molto più avanti del competitore Nicolas Sarkozy. Il quale ora si prende la rivincita anche aritmetica, perché il presidente francese risulta il venticinquesimo in tabella. Così decretò l’Istituto Ifop per il Journal du Dimanche che ha pubblicato il verdetto. Ma anche un sondaggio di Liberation conferma che la signora Royal è stata superata nei consensi perfino dall’ex ministro socialista Strauss-Kahn. E d’altronde lei stessa non fa mistero degli errori commessi; semmai sono i suoi elogiatori, specialmente italiani, a far finta di niente, come se non avessero nulla da rimproverarsi per aver politicamente scommesso sulla stella cadente.
Adesso nessuno più associa Hillary (Clinton) a «Ségolène». Né si può dire che i francesi mostrino ingratitudine. Perché nello stesso sondaggio il calciatore Zidane continua a essere il numero uno, nonostante la celeberrima testata a Materazzi non abbia certo giovato alla Nazionale francese. Ma non gli hanno voltato le spalle. Come spiegare, allora, il tramonto della Royal? In attesa della versione dell’interessata, che a settembre sarà ospite della festa dell’Unità di Bologna, forse una risposta arriva proprio dal suo antagonista, Sarkozy. Il quale è citato a esempio da studiare da parte di quel mondo progressista italiano e straniero che lo osteggiava in quanto bieco reazionario. E che oggi ne riconosce l’impronta del riformatore, cioè del politico che ha rotto coi vecchi equilibri (e coi paralizzanti «miti» del Sessantotto). Al contrario, per quanti sforzi abbia fatto, e ne ha fatti, la signora Royal è rimasta imbalsamata nell’immagine ideologica del socialismo, quanto di più vetusto l’Europa possa oggi offrire al tempo che cambia. Con tutti i conseguenti e conclamati pregiudizi politici sullo Stato sociale, sulla scuola, sull'assistenza e la previdenza, su come affrontare il problema dell’integrazione, sulla tolleranza zero, che Sarkozy, a differenza della più cauta avversaria, non ha avuto alcun dubbio di proclamare. Sono state anche le parole ad aver fatto la differenza per l’Eliseo. O si è socialisti o si è innovatori. La Francia ha preferito voltare pagina. Senza rimpianti.
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