I furbetti anticapitalisti dalla mano sempre tesa

Non è difficile incontrarli a cena, al bar, sull’autobus, spesso in televisione. Li riconoscete subito perché sono accigliati, predicano, sputano sentenze, si lamentano di quanto il mondo sia uno schifo morale, estetico, esistenziale. Tutti bastardi, tranne loro. Sono gli anti di professione. Anticapitalisti, antiamericani, antioccidentali, antimercato, antiglobal, anti questa fottuta e vecchia civiltà sopravvissuta al medioevo e a una triste manciata di totalitarismi. Quello che loro vi diranno è che pretendono un mondo migliore. È chiaro che in questo mondo paradisiaco a comandare sono sempre loro. Per capirsi. L’altra sera a un incontro sull’informazione c’era una ragazza che voleva istituire una commissione scientifica per controllare i giornalisti. Se uno che fa questo mestiere non scrive la verità viene subito radiato. Cos’è la verità? Quella loro. Ogni volta che si ha a che fare con questi professionisti dell’anti occidente viene voglia di urlare. Non fatelo. È molto più divertente rispondere con le parole di David Mamet, il meraviglioso regista di Hollywood, Vermont. Ecco cosa scrive in The Secret Knowledge. «Il capitalismo è cattivo? Magari non il capitalismo che ha creato e mantenuto Stanford, Harvard o la Penn University, non quello che produce i nostri vestiti, le nostre auto o le nostre chitarre e ci procura il cibo e così via, e non quello che ci dà lavoro, ci fa guadagnare, o ha mantenuto i nostri genitori che a loro volta ci hanno mantenuto; e non gli affari che, nei nostri sogni, vorremmo fare («Santo cielo, ho un’idea da un miliardo di dollari»). Ma abbiamo avuto il nostro boccone per aver ripetuto che il capitalismo è cattivo. Così, mi raccomando, votiamo per alzare le tasse alle imprese, anche se, guardandoci attorno, vediamo che la California, con le più alte tasse d’America, è in rovina perché, a forza di tasse ha fatto scappare le imprese».
Mamet però lo sa. Dire che il capitalismo è cattivo è un dovere sociale. È in fondo la cosa più facile da sostenere. Lo dicono tutti quelli che ti stanno intorno. È scontato ma si continua a dirlo sempre più forte e si fa a gara per mostrarsi più schifati o indignati. È il lasciapassare per entrare nella comunità platonica dei filosofi. I giusti. I dotti. I migliori. Gli aristocratici. Quelli che più urlano contro il capitalismo, dopotutto, sono proprio i capitalisti. Fanno i soldi con il petrolio ma sentono il bisogno di dire che i loro soldi sono sporchi perché vengono da quella cosa ingiusta e sgradevole che chiamano libero mercato. Mamet ha ragione quando dice che il sistema occidentale ci ha garantito libertà e benessere. Nessuno finora ha conosciuto un sistema migliore. Nessuna utopia anti mercato ha funzionato. Eppure l’intellighentia continua a smerciare ricette stataliste. Perché? Perché il mercato fa paura. Il capitalismo non ti dà scuse o sicurezze. Ti mette in gioco. Attenzione. Non perché il valore si giudica con i soldi. Il capitalismo non è solo denaro. Ma perché ti senti giudicato. La fortuna dello statalismo, soprattutto tra gli intellettuali, è che non ti costringe a fare i conti con te stesso. La maggioranza degli intellettuali è convinta che il mercato non li capirà mentre lo Stato sì. Sogna un mecenate. Spera in una vita da cortigiano, da servitore dello Stato onorato e riverito. Il mercato lo spaventa. Ergo: lo odia.
Mamet però queste cose le sa. Ha frequentato questa compagnia di giro per tutto il Novecento. Solo che adesso che ha superato i sessanta non ha più voglia di sorbirsi le solite chiacchiere. E così ha cominciato a scrivere e a svelare le ipocrisie di questa gente. Senza urlare e senza rabbia. Altre cose così: «Votiamo per un’economia in cui tutto è gestito dall’alto, perché certo il governo può gestire il settore dell’auto molto meglio dei manager. Ma in base a quale logica perversa si può pensare che una persona che non ha mai costruito un’auto possa fare vetture migliori dei tecnici del settore? Vorreste che la vostra tavola da surf fosse costruita da un esperto o da uno che si occupa di oceanografia?».
Alla fine in fondo il discorso è tutto qui. Tutti quelli che disprezzano il capitalismo si fidano dello Stato. Ma lo Stato chi è? Lo Stato sono i cittadini? Sappiamo benissimo che non è così. Lo Stato non esiste. Lo Stato sono signori che gestiscono poteri, risorse, burocrazia, finanze. E per quale motivo uno dovrebbe fidarsi più di questi omini che di un imprenditore. Sono più onesti? È tutto da dimostrare. Sono più bravi, gestiscono meglio le risorse? Di solito no. Pensano al bene comune? Allora non li conoscete. Lo Stato che abbiamo davanti, in America e ancora di più in Italia, è un dispensatore di favori. Premia gli amici degli amici. È questa l’alternativa al capitalismo. Tutto il potere allo Stato. Con la speranza che sia governato da uomini probi. Un vecchio professore diceva che quando lo Stato gestisce tutte le risorse o la pensi come lui oppure non lavori. Ma la compagnia di giro degli anticapitalisti continua a dire che il paradiso è un enorme ministero.