I furbetti del quartierino diventano opera buffa Fiorani come Arlecchino

Racconta Eugenio de’ Giorgi: «Tre anni fa ero in tourneé con uno spettacolo su Arlecchino, e intanto leggevo i giornali che parlavano dello scandalo Antonveneta. Leggevo le intercettazioni, a partire da quella famosa sui “furbetti del quartierino”, ma anche i verbali di interrogatorio, le dichiarazioni pubbliche dei protagonisti. E la sensazione che il mondo di Arlecchino e quello raccontato dall’inchiesta non fossero così lontani era molto forte. Fiorani, Ricucci e tutti gli altri sono delle maschere. Sono personaggi da commedia dell’arte. L’idea di questo spettacolo è nata così».
Non accade di frequente che un’inchiesta giudiziaria si trasformi in spettacolo teatrale: specie se si tratta di una indagine in tema di economia, che si muove negli aridi terreni degli aggiotaggi, dei comunicati di Borsa, delle quote societarie. Ma scavando nella scalata di Gianpiero Fiorani all’Antonveneta, l’inchiesta della Procura milanese ha portato alla ribalta una serie di personaggi a tutto tondo. Facce note fino ad allora solo agli addetti ai lavori sono divenute bruscamente popolari. L’inchiesta ha sollevato il sipario sulle stanze dove politica e affari si incrociano. E ha raccontato il vero volto dei protagonisti: sempre inquietante, spesso grottesco, a volte irresistibilmente comico.
Lo spettacolo sull’inchiesta Antonveneta si intitola «Previsioni meteo: diluvio universale». Sottotitolo: «The rise and fall of Gianpy», ovvero l’ascesa e la caduta di Gianpiero Fiorani. Eugenio de’ Giorgi vi ricopre da solo tredici ruoli. Dietro l’esile schermo dei soprannomi - Gianpy, Chicco, Ste’, eccetera - i protagonisti dello scandalo in scena parlano quasi sempre con le loro vere parole, prese di peso dagli articoli di giornale («La rassegna stampa occupa trentaquattro volumi alti così!») e da un bel libro di Paolo Biondani e altri giornalisti, «Capitalismo di rapina». Il debutto è fissato lunedì al teatro Olmetto (ore 21, info: www.teatrolmetto.com), repliche fino all’1 febbraio. Per spiegare una scelta oggettivamente ardita, de’ Giorgi scomoda addirittura il caso Dreyfus e il «J’accuse» di Emile Zola, anno 1898, come esempio di indignazione. Ma ci sono anche precedenti più diretti e recenti, dal teatro politico di Dario Fo ai monologhi carichi di passione civile di Marco Paolini. Resta il fatto che il caso Antonveneta costituisce una vicenda di straordinaria complessità. Solo quando lunedì de’ Giorgi andrà in scena si scoprirà quanto abbia saputo rendere in forma teatrale non solo la grossolanità dei personaggi ma anche la sottigliezza degli intrecci di una vicenda ancora tutta da giudicare, almeno in sede processuale (e il sorprendente esito di un’altra grande inchiesta sul lato oscuro dell’economia, quello di Calisto Tanzi e dei suoi complici, insegna a non dare nulla per scontato). Come reagiranno i protagonisti del caso al ritrovarsi trasfigurati in scena? De’ Giorgi non si fa illusioni: «Andrà a finire che qualcuno mi denuncerà di sicuro», dice. Una querela, in Italia, d’altronde non si nega a nessuno: anche se frasi e fatti che verranno recitati vengono di peso dai verbali. «Come si faceva a resistere alla tentazione di recitare la parte di Fiorani, che per cercare di ingraziarsi il capo del governo si arrampica fino a casa sua trascinando un cactus da quaranta chili e graffiandosi tutto?».
De’ Giorgi ha un’ambizione: recitare il «Diluvio universale» su un’arca parcheggiata davanti alla Borsa di Milano, tempio di quei poteri che assistettero inerti alla scalata di Fiorani. E perché - in nome della par condicio teatrale - non mettere in cantiere subito dopo un’altra opera dedicata alla scalata Unipol, protagonisti il compagno Consorte e il Fassino che esulta «Abbiamo una banca»?