«I genitori non si rendono conto che dobbiamo tutelare il minore»

Un’operatrice di un centro milanese: «Accogliere un figlio è una scelta, ma per il bambino stare bene è un diritto»

«Non è giusto far passare il lavoro dei servizi sociali come un passaggio dei genitori attraverso le forche caudine». Si difende così una assistente sociale presso un centro adozioni della provincia di Milano. E puntualizza: «Lavoriamo per offrire la migliore opportunità di sistemazione a un bambino: l’adozione resta un diritto per il minore in primo luogo, e poi per la famiglia che lo accoglie». Il passaggio dalla vecchia legge a quella nuova, approvata nel 2001, ha comportato uno snellimento della pratica presso il tribunale. In particolare, il rapporto dei servizi sociali sulla coppia deve arrivare entro sei mesi dalla presentazione della richiesta di adozione da parte dei coniugi. «Cerchiamo sempre di rispettare i tempi, ci rendiamo conto che l’attesa da parte dei futuri genitori è estenuante, ma ci teniamo anche a fare un ottimo lavoro: tra le nostre mani c’è la vita di un bambino e anche della sua futura famiglia. Di questo spesso i genitori non si rendono conto». Del resto quello dei tribunali italiani è un ruolo di massima responsabilità: «Nel caso delle adozioni internazionali il giudice del Tribunale per i minori si pone come garante rispetto allo stato di origine del bambino affinchè la sistemazione in Italia sia effettivamente la migliore possibile per il bimbo».
Oltretutto negli ultimi anni l’età media dei bimbi adottati si è alzata, il che comporta che i minori arrivano in Italia con storie passate di abbandono e violenza molto più marcate rispetto ai neonati. È proprio per questo motivo che le indagini dei servizi sociali sono molto approfondite, e spesso giudicate invasive dai genitori. L’ultima parola spetta comunque al giudice, che decide se approvare o meno la richiesta fatta dagli aspiranti genitori, in base al rapporto che i servizi sociali stilano e che viene poi discusso in presenza dei futuri papà e mamma. «Ma non è una scelta del tutto restrittiva. I coniugi possono fare ricorso e, eventualmente, ripresentare la domanda in seguito. Spesso infatti la situazione di non idoneità è provvisoria, magari rimediabile con un po’ più di formazione o con una maggiore riflessione su ciò che ci si accinge a fare». Il motivo principali di respinta delle richieste di idoneità risulta spesso essere la non univocità di intenti dei coniugi. L’adozione infatti arriva molto spesso come un rimedio al senso di colpa che uno dei due coniugi prova per essere sterile. Oppure capita che la coppia non sia ancora pronta ad accettare un bambino «diverso». «A volte le coppie si dimostrano disponibili ad adottare un bambino straniero, ma pretendono “che sia bianco”. Ecco, questo per noi è già un primo campanello d’allarme». E conclude confermando che le difficoltà maggiori sopraggiungono dopo l’adozione: «È un confronto con l’altro, è il creare una famiglia con un individuo che è estraneo. Ma noi siamo qui per questo».