I genitori di Tommy interrogati per 10 ore

I magistrati hanno chiesto il silenzio stampa. S’indaga su alcuni «file» cancellati di recente dal pc

Andrea Acquarone

nostro inviato a Parma

Sul silenzio cala il silenzio. Un mutismo strano, difficile da spiegare, stridente e che proprio per questo fa tanto rumore. La Procura distrettuale antimafia di Bologna ha chiesto a tutti di tacere. Non che nei giorni scorsi gli investigatori si fossero sforzati di spiegare, chiarire, o perlomeno raccontare per sommi capi cosa stesse accadendo. Ora però sul sequestro del piccolo Tommaso, il bimbo di diciotto mesi sparito da sei giorni - in modo anomalo come ripetono gli investigatori - cala anche il velo legale: silenzio stampa. Per tre giorni, pretendono i magistrati.
Insomma il buio, rotto inevitabilmente dalla solita, monotona, ridda di illazioni. Il centro d'Italia oramai è quella cascina sperduta tra la motta della Pianura padana che incrocia l'autostrada A1. Siamo a Casalbaroncolo, frazione di Sorbolo, provincia di Parma. Qui vivono i genitori di Tommy, ma forse sarebbe meglio dire vivevano: da ormai sei giorni la loro disperazione la consumano tra le stanze della Questura e gli uffici della Procura. Anche quella di ieri è stata una giornata convulsa. Per loro, Paolo e Paola Onofri, mamma e papà di quest'ostaggio di 18 mesi strappatogli via senza un perché; e per gli inquirenti. Ancora esami, rilievi scientifici, controlli incrociati. Compreso l'esame del dna sull'intera famiglia del piccino «rubato».
Aveva fatto dei nomi Paolo Onofri, cercando di scovare nella memoria qualche potenziale rapitore di suo figlio. La maggior parte erano quelli degli operai che avevano lavorato alla ristrutturazione della sua cascina trasformata in villetta. Sono stati tutti interrogati, gli ultimi due ieri mattina in Procura. Dovere d'ufficio: sulla qualità dell'opera era nato più di un dissapore tra lui e l'impresa. Una lite conclusasi con qualche mancato pagamento.
È il primo pomeriggio quando nell'ufficio al terzo piano della Procura riparte la sfilata di testimoni. Chi passando dalla porta principale, chi scantonando dal retro. Convocato addirittura il presidente della Croce Rossa dell'Emilia-Romagna, Renato Zurlaferma, per chiarire: «Abbiamo ragionato sul ruolo della Cri per quello che riguarda il farmaco, quello contro l'epilessia che serve a curare Tommaso. Ho ribadito la disponibilità della Cri a mettere a disposizione anche su tutto il territorio nazionale lo sciroppo. Contatti via mail coi rapitori? Finora no». Lui è sereno. Molto meno appare l'avvocatessa amica di famiglia Claudia Pezzoni. In Questura (dove c’era anche l’amico di famiglia Claudio Borghi), qualche ora prima si sono sentite le sua urla. Grida di rabbia, poi sfociate nelle lacrime. Uno scontro con gli investigatori, sembra a causa di qualche parola di troppo con la stampa. Qualcuno le rimproverava di aver confermato il racconto della mamma di Tommy, quella sequenza in cui ricordava le fasi del sequestro. E cioè che uno dei due banditi che giovedì scorso erano penetrati nella «cascina» di Casalbaroncolo potesse essere una donna. «Si muoveva sinuosa, non ha mai parlato, e ha accarezzato il bimbo prima di prenderselo».
Ma è solo l'inizio di una giornata che dovrebbe fare il punto della situazione. Pesantemente. Perché l'intero pomeriggio della legale nonché quello di Paolo e Paola Onofri proseguirà a palazzo di giustizia. Davanti al pm Pietro Erede, al procuratore della Dda bolognese Lucia Musti e al suo diretto superiore Silverio Piro. Tra un andirivieni e l'altro compaiono il comandante della squadra mobile Nicola Vitale, un ufficiale dei carabinieri e gli uomini dello Sco con in testa il capo Gilberto Calderozzi. Insomma lo stato maggiore di questa estemporanea squadra «antisequestro». Nove-dieci ore di interrogatori, tra cui quello dello zio di Tommy, camuffati dalla dicitura «persone informate sui fatti». Ma tra le tante cose che non tornano a poliziotti e magistrati sembra che ce ne sia una in particolare. E riguarda alcuni file, tracce cancellate recentemente da un computer non qualunque. Quello del direttore dell'ufficio postale Paolo Onofri, il papà del bimbo sequestrato. Un Pc portatile che adesso è nelle mani dei tecnici della polizia. Qualche indirizzo sembra far paura.